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punto di vista, by Paolo

Da sempre, nel comune sentire, il tappeto è legato al medio oriente e all’Islam. In effetti, proprio nel Medio Oriente il tappeto vanta una tradizione antica, anche se poco documentata [1], che lo porterà a vivere il suo momento di massimo fulgore con gli imperi ottomano e safavide, in questo aiutato anche dall’acquisita valenza religiosa nel favorire il precetto della preghiera.

Diciotto anni fa, correva l’anno 1991, il noto editore Benedikt Taschen stampa “Il tappeto cristiano orientale” di Volkmar Gantzhorn (sottotitolo: Sviluppo iconografico e iconologico dalle origini fino al diciottesimo secolo), in cui l’autore intendeva affrontare “... il problema del tappeto cristiano-orientale come parte di una revisione globale della storia del tappeto”, proponendosi di dimostrare che “il patrimonio di motivi del tappeto orientale è una componente dell’identità armena e come tale deve essere concepito”.


La pubblicazione del lavoro di Gantzhorn rappresentò qualcosa di realmente rivoluzionario nel mondo degli studiosi e degli appassionati.
Io lessi il volume in questione una decina di anni fa, a quel tempo recentissimo appassionato del tappeto, e ne rimasi folgorato, come San Paolo sulla via di Damasco. Col tempo dovetti comunque fare i conti con la difficoltà di incasellare le argomentazioni di Gantzhorn con quelle degli altri studiosi e con quel minimo di discernimento critico che, strada facendo, avevo sviluppato.

A proposito delle cause che hanno reso misconosciuta l’origine armena-cristiana del tappeto, Gantzhorn precisa che “... con la prima Guerra Mondiale, i rapporti politici e le strutture demografiche subirono profonde trasformazioni anche nell’Europa orientale e nell’Asia anteriore... la persecuzione dei cristiani alla fine del XIX secolo, l’etnocidio degli Armeni nel 1894-1915... cambiarono radicalmente il quadro del secolo precedente. Tutte le ricerche sul campo furono condizionate e falsate, costrette com’erano a presentare risultati svianti, non corrispondenti in alcun modo alla realtà effettiva. Soltanto nel 1955 Kurt Erdmann intraprese un nuovo tentativo di delineare una storia del tappeto orientale” [2].

Però lo stesso Erdmann non è esente dalle critiche di Gantzhorn, che gli contesta l’ipotesi dell’origine nomadico-pastorale del tappeto, ad opera degli antichi popoli dell’Asia centrale; l’autore de “Il tappeto cristiano orientale” vede in esso un manufatto talmente evoluto da poter essere realizzato solo in un ambiente maggiormente sedentario, di villaggio o cittadino. Erdman viene accusato di aver deliberatamente alterato la traduzione della relazione di Marco Polo per poter giungere ad identificare nei discendenti dei turcomanni immigrati in Asia Minore i tessitori dei tappeti che il viaggiatore veneziano avrebbe ammirato ad Iconio (Konya), descrivendoli nel “Milione” come “li sovrani tappeti del mondo ed i più begli”.
In realtà, al tempo del passaggio di Marco in Anatolia le genti turche erano tornate a praticare la pastorizia “in montagne e ‘n valle” e agli artigiani cittadini, Greci e Armeni, si deve presumibilmente la realizzazione dei tappeti osservati, frammenti dei quali sarebbero stati ritrovati sette secoli più tardi nella moschea di Alaeddin della stessa Konya.
Per Gantzhorn quindi “... l’ipotesi di una nascita del tappeto annodato nello spazio turkmeno e un’importazione in Occidente attraverso popolazioni turche, i Selgiuchidi, è insostenibile e destituita da ogni fondamento”.

Un popolo di origini nomadico-guerrriere come i Selgiuchidi aveva scuramente una tradizione dell’annodatura indirizzata verso una produzione di utilità domestica. Personalmente credo che i Selgiuchidi fossero più abili a lavorare la pietra, le ceramiche e i metalli e ipotizzo che la loro tradizione nel campo dell’annodatura, benché antica nel tempo, fosse piuttosto rozza; non meraviglierebbe che al contatto con una manifattura più raffinata, che potremmo definire “bizantina”, i Selgiuchidi abbiano scelto di incentivare quest’ultima, magari apportando innesti di motivi di decoro tradizionali turcomanni.

Gantzhorn è categorico nell’attribuzione dei tappeti antichi: agli Armeni: “... la fabbricazione dei tappeti annodati nello “spazio culturale armeno” è fondata documentariamente già nell’ottavo secolo e ad essa segue nel decimo secolo il centro di Murcia in Spagna”. E poco oltre rincara la dose affermando: “Poichè le fonti suddette confermano l’esistenza, nel primo secolo, di tappeti annodati nell’Armenia cristiana e lì soltanto, sembra lecito chiedersi se questi tappeti non possano o debbano essere cristiani, se le croci e i simboli in essi rappresentati non siano più di una pura decorazione”.
Non è chiaro a quali fonti del primo secolo alluda l’autore; forse all’indiretta menzione a tappeti all’ingresso di Gesù in Gerusalemme, ove i discepoli, non disponendo di tappeti, stendono davanti a lui i loro mantelli e fronde verdi tagliate nei campi [3].

Gantzhorn passa scrupolosamente in rassegna un gran numero di tappeti evidenziando che “La maggior parte dei tappeti presentano decorazioni che corrispondono alle esigenze dell’ornamentazione cristiana e che, inoltre, sono chiaramente cristiani nel contenuto” e “Tema centrale i tutti i gruppi di tappeti qui trattati è la croce, che si tratti di una forma unica centrale o di una componente di una decorazione infinita di riempimento della superficie” e comunque “I simboli presenti nei tappeti cristiani sono, nonostante l’aspetto estremamente vario dei tappeti, assai limitati come numero, le forme di croce sono riconducibili a poche forme base”.

Le decorazioni che compaiono nei tappeti appartengono senza eccezioni a una catena di forme tradizionali che risale assai indietro nel tempo, all’era precristiana. Si tratta di una sintesi di elementi dell’arte tardo-ittita, urartica e frigia. Le forme tradizionali vengono riprese e sviluppate in forma contenutiscamente identica dalle chiese monofisite cristiano-orientali degli Armeni e dei Siriani. I simboli e i segni di quest’arte protocristiana, che si pongono in pieno contrasto con quella figurativa dell’antichità classica, vennero trasferiti, a seguito degli eventi bellici, delle ondate migratorie, degli sradicamenti e delle missioni, nell’arte dell’Occidente e dell’Oriente”.

La base di partenza spirituale è stato lo “spazio culturale armeno” , anche in epoche in cui questo veniva frammentato dai diversi tracciati politici dei confini. Ondate migratorie, soprattutto verso l’Anatolia occidentale, l’Europa orientale e i paesi del Mediterraneo, trasferimenti coatti verso la Grecia, la Persia e l’Asia centrale hanno condizionato il trasferimento e la rifondazione di regioni produttive a Occidente e Oriente, con conseguenti trasformazioni e mutamenti dell’antico patrimonio formale”.

Per la sua caratteristica di simbolo di poter e di dominio in ambito terreno e spirituale, il tappeto trova crescente accesso nelle chiese e nelle case dei potenti e nella pittura, così che troviamo raffigurazioni di tappeti in Armenia a partire dall’undicesimo secolo e in Europa a partire dal tredicesimo. Per la grande diffusione della fede cristiana in Asia alla metà del tredicesimo secolo, troviamo tappeti con ornamentazione cristiana perfino nella Cina del periodo Sung e, in seguito, nella pittura degli Ilcani e dei successivi Timuridi”.

Oggi che “Il tappeto cristiano orientale” ha raggiunto la maggiore età, numerose critiche si possono portare alle conclusioni di Gantzhorn. Intanto, considero significativo che l’autore, in questo non breve lasso di tempo, non abbia pubblicato ulteriori avanzamenti sull’argomento e che le sue teorie trovino scarsa o nessuna risonanza nei più recenti volumi (e nelle nuove edizioni) degli altri autori.

La maggiore perplessità che ricavo dalla lettura del volume riguarda il metodo di lavoro, ovvero l’ossessiva ricerca di croci cristiane nei motivi di decoro, costi quel che costi; come ho già accennato altrove [4], credo che la decorazione dei tappeti debba in qualche modo sfuggire a stretti criteri di catalogazione, di attribuzione di significati simbolici archetipi, essendo in primissimo luogo espressione della fantasia e del genio artistico dell’annodatore. Le croci rinvenute nei tessili potrebbero talvolta essere non necessariamente motivi cristiani, ma più banalmente decorativi.

Va a favore di Gantzhorn l’aver minuziosamente recuperato le tracce di una tradizione manifatturiera armena, tale per importanza da fargli affermare che tappeti e tessili in genere “.... oggetti di culto delle chiese cristiane d’Oriente... rappresentano il più importante contributo armeno alla storia dell’arte mondiale”.
Questa certosina opera di rivalutazione di una matrice cristiana nel tappeto, che più tardi si incontrerà, e talvolta verrà sopraffatta da quella islamica, è certamente il miglior frutto del lavoro di Gantzhorn.

Nella peggiore delle ipotesi, al lettore che volesse rigettare in toto le conclusioni di Volkmar Gantzhorn, resterà comunque un volume splendidamente illustrato a documentare la storia del tappeto antico.

Note.

1. Vedi in questo stesso Magazine: “Il tappeto nel Medio oriente prima dell’età safavide”.
2. Erdmann K. Der orientalische Knüpfteppich. Tubingen, 1955.
3. Nuovo Testamento; Luca 19: 36-38; Marco 11: 7-10; Matteo 21: 8-9.
4. Vedi in questo stesso Magazine: “Il tappeto e il sogno”.

23 giugno 2009

basic article, by Paolo

Introduzione.

Fra il più antico tappeto quasi integro pervenuto fino a noi, scoperto in Siberia e risalente a 2500 anni fa, e i frammenti del XIII secolo ritrovati in Anatolia centrale, abbiamo solo testimonianze storiche e letterarie, rare e talvolta imprecise, che rendono impossibile ricomporre un’evoluzione storica continua e precisa del tappeto annodato. Solamente sotto la dinastia timuride (1370-1506), con lo sviluppo dell’arte della miniatura, cominciamo a disporre di immagini dei tappeti coevi.
In queste pagine mi sono proposto di realizzare una rassegna, che non può essere esaustiva, sull’evoluzione del tappeto annodato in quella che è considerata la culla della civiltà, il Medio Oriente, dai reperti più antichi fino a giungere all’epoca safavide, quando la storia del tappeto inizia a non avere più segreti.

L’arte del tappeto in Mesopotamia e nella Persia achemenide.

Non vi è dubbio che le evolute civiltà della Mesopotamia nel periodo precedente il V secolo a.C. abbiano posseduto tutte le conoscenze per un raffinato sviluppo del tappeto. Il vertice di questo periodo aulico dovrebbe essere stato raggiunto durante il regno di Nabucodonosor II (605-562 a.C.) ultimo grande sovrano babilonese, prima dell’invasione di Ciro nel 539 a.C.
Qualche indizio sulla misteriosa storia del tappeto nell’antichità può giungere dalle rovine del palazzo reale assiro di Ninive. I resti del palazzo, realizzato durante il regno di Assurbanipal (ca. 668-626 a.C.), propongono un contrasto a prima vista stridente: infatti, nei locali interni, ai ricchi rilievi parietali raffiguranti le imprese di guerra del re e scene di corte si contrappongono spoglie pavimentazioni in terra battuta, che ben poco si addicono alla residenza di un potente sovrano. Aspetto ancora più singolare è che solo in prossimità dei varchi delle porte i pavimenti di Ninive erano abbelliti con pannelli lapidei dal disegno geometrico, oggi conservati presso il British Museum di Londra. Questa mancanza di uniformità induce a ritenere che i locali del palazzo reale fossero ricoperti di tappeti, con la stessa decorazione dei pannelli disposti sotto le porte. Ma c’è di più: le decorazioni delle formelle pavimentarie della residenza di Ninive presentano impressionanti analogie con quelle del tappeto di Pazyryk, manufatto evoluto con vello rasato basso e raffinata struttura decorativa, annodato tra il V e il II secolo a.C., forse proprio in Persia.

(il tappeto di Pazyrik)

(dettaglio del pavimento del palazzo reale di Ninive)

Sulla base delle notizie lasciate dai Greci risulta che la civiltà achemenide all’epoca della conquista di Sardi (546 a.C.) e Babilonia (539 a.C.) era ancora agli albori e che la Persia doveva essere assai povera di città. Ne è una conferma il fatto che Ciro il Grande (590-529 a.C.), colpito dallo splendore di Babilonia, ne vietò il saccheggio. Certamente non esisteva un vero artigianato e la funzione del tappeto era più utilitaria che artistica, probabilmente limitata ad una fabbricazione domestica, con disegni geometrici o ingenuamente naturalistici, mentre l’uso del tappeto annodato era sicuramente noto ai nomadi persiani, le cui greggi fornivano abbondanti lane di buona qualità. Probabilmente fu proprio Ciro a favorire l’arte del tappeto in Persia. Magnifici tappeti adornavano la sua corte, come pure la sua tomba a Pasargade; lo stesso Alessandro Magno sarebbe rimasto abbagliato dalla magnificenza dei tappeti che ricoprivano la tomba di Ciro, che non volle venisse profanata.

Le più antiche fonti storiche.

L’esistenza e l’importanza del tappeto nelle civiltà mediorientali è confermata da fonti letterarie e storiche.
Riferimenti si trovano nell’Antico Testamento, nei Vangeli (ma non in quelli “apocrifi”) e negli Atti degli Apostoli.
Erodoto (484-425 a.C.) e Senofonte (430-355 a.C.) descrissero ammirati lo splendore e la morbidezza di tappeti persiani e medi. Senofonte, nell’Anabasi e nella Ciropedia, parla dell’importanza del tappeto nella vita delle popolazioni mediorientali e cita l’enorme valore di alcuni esemplari. Per dare un esempio del lusso dei Persiani narra che “non era loro sufficiente avere morbidi letti: sotto vi ponevano tappeti, così che il pavimento ne era tutto ricoperto”. Per Senofonte, Sardi, l’antica capitale della Lidia (l’attuale Turchia occidentale), conquistata da Ciro nel 546 a.C, era un importante manifattura di tappeti.
I tappeti di Sardi erano i più noti ai Greci probabilmente perché questa città fu per molti secoli il punto di confluenza della civiltà greca e orientale ed un importante centro di scambi commerciali. I tappeti di Sardi saranno citati da Ateneo nel II-III secolo d.C., cosa che fa supporre che la locale manifattura di tappeti persistesse per molti secoli.
Proprio i tappeti lidii e babilonesi, ma non tappeti locali, adornavano le dimore del re e dei nobili persiani. E’ solo sotto i successori di Alessandro Magno (i Diadochi) che troviamo citata un’industria persiana di tappeti, che prediligeva le raffigurazioni animali.
Nella Roma repubblicana del II secolo a.C., oltre ai profumi e ai mobili decorati con avorio e oro, si iniziarono ad apprezzare i tappeti babilonesi, senza curarsi degli strali nazionalistici di Catone (ricordiamo che il termine “babilonesi” era l’equivalente del nostro “orientali”). Nella sua sesta satira, Orazio (65-8 a.C.) dice che bei tappeti figurati ricoprivano letti d’avorio. Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Storia Naturale, pur lodando la bellezza dei tappeti di Babilonia, deplorava le grosse somme di denaro spese in Oriente per importarli; per esempio, Nerone (37-68 d.C.) acquistava tappeti da Babilonia per quattro milioni di sesterzi.
I tappeti, che si imponevano per la loro ricchezza e per la cura della loro esecuzione, provenivano da Babilonia, Tiro, Sidone, Pergamo, Alessandria e Corinto.
Rimane da stabilire se con il termine “tappeto” gli scrittori della classicità indicassero sempre veri e propri manufatti annodati, tessuti ricamati o arazzi.

I sasanidi e il tappeto di Cosroe.

Non si hanno citazioni attendibili durante i regni degli altri sovrani achemenidi e delle due dinastie successive: quelle dei Seleucidi (312-120 a.C.) e dei Parti (170 a.C.-226 d.C.).
E’ all’epoca della dinastia sasanide (224-621 d.C.) che si trovano documenti sull’esistenza di tappeti prodotti in Persia che venivano anche esportati; ne troviamo menzione in un testo cinese del 600 d.C., chiamato Suyi, che menziona i tappeti fra i prodotti persiani. Anche Huan Tsang, il viaggiatore cinese del VII secolo a.C. che si spinse fino a Samarkanda, loda l’abilità dei persiani nell’annodatura dei tappeti.
Nell’inverno del 627 d.C. l’imperatore bizantino Eraclio sconfisse l'esercito sasanide nella battaglia di Ninive e marciò verso il Tigri arrivando a saccheggiare il palazzo di Cosroe II a Dastagerd, da dove riportò diversi tappeti. La dinastia sasanide fu poi deposta in seguito alla sconfitta ad opera degli Arabi, e la capitale Ctesifonte saccheggiata nel 637. Tra il bottino degli Arabi sono citati molti tappeti, tra cui la famosa "Primavera di Cosroe" (Bahar-i-Khosrow), passata alla storia come il più prezioso tappeto di tutti i tempi.
L’esistenza di questo inimmaginabile manufatto viene testimoniata da molteplici fonti, storiografi e semplici viaggiatori: “Il fondo del tappeto rappresentava un giardino adorno di alberi e di deliziosi fiori primaverili, solcato da ruscelli mormoranti e attraversato da sentieri incrociati. L’ampia bordura che fungeva da cornice offriva splendide praterie fiorite, in cui i colori dei fiori erano rappresentati mediante pietre azzurre, rosse, gialle e verdi. Nel fondo del tappeto la colorazione giallastra del suolo era imitata con l’oro; delle strisce vi raffiguravano i bordi dei ruscelli e, tra queste, pietre di trasparenza cristallina rendevano con perfetta illusione lo scorrere delle acque. I sentieri di ghiaia erano indicati mediante pietruzze grandi come perle; steli e rami erano fatti d’oro e d’argento, le foglie degli alberi e dei fiori, come anche l’altro fogliame a tralci, erano di seta, e i frutti di pietre variopinte”.
E’ probabile che questo capolavoro, che ricopriva l’intero pavimento del salone delle udienze del palazzo ad arco di Ctesifonte, sia stato commissionato da re Cosroe I (Anushirvan, l’immortale), che regnò dal 531 al 579 d.C., per celebrare le vittorie dei Sasanidi contro l’impero di Costantinopoli, culminate con la distruzione di Antiochia (540 d.C.) e l’annessione dell’Arabia meridionale. Purtroppo il Bahar-i-Cosroe, intrasportabile e così ricco di materiali preziosi, fu tagliato in infiniti pezzi e spartito come bottino di guerra.
La descrizione di questo tappeto è così singolare da indurci a non prendere del tutto alla lettera le fonti (invero non del tutto concordanti); ed è molto difficile stabilire se il Bahar-i-Cosroe fosse un vero tappeto annodato, anche se dalle descrizioni sembrerebbe trattarsi di un arazzo broccato. I materiali si limiterebbero alla seta, oro, argento, mentre decorazioni geometriche di diverso colore potevano far pensare a pietre incastonate. Il tappeto comunque costituisce una testimonianza unica dell’origine del motivo “a giardino” presente nei successivi tappeti safavidi, e di cui sono andati persi i prototipi.
Secondo alcuni storici, oltre alla meraviglia descritta nel palazzo di Ctesifonte si trovavano anche trenta particolari tappeti che rappresentavano i giorni del mese e altri quattro che rappresentavano le stagioni dell’anno.



(i resti del palazzo reale di Ctesifonte)

I frammenti di At Tar.

Dopo il tappeto di Pazyryk, i tappeti più antichi in nostro possesso risalgono al XIII secolo. Eppure, sporadici, ma significativi ritrovamenti contribuiscono a testimoniare come l’arte dell’annodatura continuasse a fiorire nell’area mediorientale.
Sui rilievi di At Tar, vicino alla città irachena di Karbala, un’equipe di archeologi giapponesi ha riportato alla luce una serie di circa 400 caverne collegate da trincee e muraglie, sfruttate dapprima come baluardi difensivi a dominare la vitale arteria che collegava la Mesopotamia e l’Arabia e successivamente destinate all’inumazione dei defunti.
Nelle caverne sono stati trovati resti umani, molti dei quali ancora avvolti in brandelli di stuoie o tessuti, conservati grazie all’aridità del clima e alla ventilazione del terreno.
L’esame al radiocarbonio ha consentito di datare i tessili in un intervallo di tempo compreso fra il III secolo a.C. e il IV d.C. I materiali usati erano vari: lino, canapa, cotone e lana, spesso mischiati tra loro per ottenere differenti soluzioni tecniche e sfumature di colore particolari. Anche le tinture erano ricavate con sistemi tradizionali da sostanze che sarebbero per sempre rimaste legate alla produzione di tappeti: l’indaco, la robbia, la porpora di Tiro e la cocciniglia.
Tra i reperti recuperati ad At Tar vi erano pure frammenti di tappeti annodati, realizzati interamente in lana; nella maggior parte dei casi erano usati per deporvi i defunti, ma alcuni presentavano un doppio vello, cioè con nodi anche al rovescio, forse utilizzati per la sellatura dei cavalli allo scopo di ridurre l’attrito. In questi frammenti si osservano per la prima volta alcuni motivi ancora elementari che più tardi entreranno a far parte della tradizionale simbologia dei tappeti, come il cosiddetto “cane che corre”.

L’avvento dell’Islam e la Persia dei califfati.

Il profeta Maometto muore nel 632 d.C., e dal 633 gli Arabi dilagarono nel Medio Oriente, in quasi tutta l’Asia centrale e in Egitto, sconfiggendo l’impero bizantino e quello sasanide. Per un lungo periodo la Persia sarà sotto la dominazione o per lo meno l’influenza dei califfi arabi. La parola khalifa in arabo significa “successore” (del Profeta).

(l’estensione dei califfati)

I conquistatori sono popolazioni seminomadi, abituate ad una vita priva di agi e lussi, dal non brillante livello culturale e artistico; anche in considerazione dell’assenza di una potente dinastia locale, l’arte del tappeto subì un declino, almeno sino all’avvento dei califfati omayyadi e abbasidi. Per contro, con la conversione dei territori occupati all’Islam il tappeto acquista un altro significativo valore nel favorire il precetto della preghiera. Lo troviamo menzionato numerose volte nel Corano; nella Surah 88, per esempio, il tappeto è descritto come una delle ricchezze con le quali il credente sarà ricompensato nell’Aldilà: “…Là ci sarà una traboccante primavera. Là ci saranno troni di dignità, svettanti verso il cielo, coppe ricolme, morbidi cuscini e ricchi tappeti stesi…“
Durante il dominio dei califfati di Baghdad diversi storiografi arabi visitarono la Persia e citarono tappeti tra i manufatti di quelle regioni, testimoniando che questo artigianato non si era spento, anche se è molto probabile che non venissero annodati esemplari di grande pregio,
Sappiamo che la regione del Khorassan era già nota come centro di produzione e questo rilievo avvalora la tesi che vuole la zona di Qainat tra i centri più antichi dell’arte del tappeto e possibile patria di uno dei più diffusi motivi persiani: l’herati.
Nell’VIII secolo anche i centri di Marand, Tabriz e Dabil (Dwin), in Azerbaijan, producevano tappeti annodati; ci sono anche riferimenti storici sulla presenza del tappeto nel Fars, a Shiraz, nel IX secolo.
Nel Tabarestan (l’attuale provincia di Mazandaran nell’Iran settentrionale, affacciata sul mar Caspio) assieme al pagamento delle tasse ogni anno venivano inviati 600 tappeti ai califfi di Baghdad.
Nel riassunto dei ruoli delle imposte naturali, tratti da un’opera intitolata Djirab al-Dawla di Ahmed ibn al-Hamid, dell’epoca del governo del califfo abbaside Ma’mun (786-833), si dice che gli Armeni erano tenuti “a fornire ogni anno, a titolo d’imposta, venti tappeti ai califfi di Bagdad”. La notizia è integrabile a quella di Tha’alibi (filologo arabo, 961-1038), il quale riferisce che gli Armeni a quell’epoca dovevano fornire al sultano, assieme ad altre imposte, “ogni anno trenta tappeti”. Un altro storico arabo riferisce che l’emiro Yusuf Abu-Sadsh aveva inviato al suo califfo Muhtashir, assieme ad altri doni, sette tappeti armeni.
Possediamo anche la descrizione del tappeto sul quale nella notte fra il 9 e il 10 ottobre 861 venne ucciso, nei pressi di Bagdad, il califfo abbaside al-Mutawakkil. Questo tappeto, aveva nella bordura dei medaglioni rotondi con ritratti accompagnati da iscrizioni persiane. Delle personalità ritratte vengono nominate Scheroe, figlio di Cosroe II, e Jezid III. Le iscrizioni citate depongono a favore di un’origine persiana del tappeto. Anche il califfo omayyade Hesham ibn Abd al-Malek aveva un grandissimo tappeto in seta e oro che si diceva potesse rivaleggiare con il tappeto di Cosroe.
Dal X secolo gli Arabi nella Spagna musulmana praticarono e svilupparono tutte le arti tessili, e fra il califfato di Abd al-Rahman (912-961) e quello di Muhamad (1238-1273) stoffe e tappeti raggiunsero un elevato grado di raffinatezza, tanto che i tappeti ispano-moreschi erano inviati in Egitto, a Damasco, e anche in Persia.
Al dominio dei califfi di Baghdad seguì un periodo di poco meno di due secoli durante il quale alcune dinastie persiane riuscirono ad ottenere una relativa indipendenza ed a regnare sul loro paese. Non vi sono informazioni dirette sull’artigianato del tappeto in questo intervallo di tempo, ma in quel periodo visse il grande poeta persiano Firdusi (935-1020), che celebrando l’antica epopea persiana nel “Libro dei Re” (Shahnameh), ci insegna che nelle case i tappeti sostituivano le pareti delle stanze interne (in particolare di quelle delle donne), coprivano il suolo, rivestivano i materassi, i cuscini, i divani e ornavano l’interno dei palanchini. Nel caso di grandi ricevimenti venivano collocati anche nei giardini dei sovrani e dei grandi personaggi. Per Firdusi erano anche talvolta un mezzo di seduzione: ”…la bella figlia di Afrayab Menireh portò nella sua tenda il giovane Birehn del quale si era invaghita. Questa tenda, destinata al piacere, era interamente rivestita di ricchi tappeti dai vivaci colori ed anche il suolo ne era ricoperto”.

(statua di Firdusi)

Il dominio selgiuchide.

Nel IX secolo i Selgiuchidi, una popolazione turca, lasciano l’Asia Centrale, spinti a ovest dalla pressione delle popolazioni delle steppe, penetrano in Persia attraverso il Khorassan, eleggono Tabriz a loro capitale e raggiungono l’Anatolia.
Il loro dominio perdura dal 1037 al 1194, quando perdono la Persia e la Mesopotamia, che saranno sottomesse agli shah di Khiva, mentre più ad occidente il Sultanato di Rum (con capitale Iconio, l’attuale Konya) sopravviverà sino al 1307 cadendo ad opera dell’invasione mongola.
L’invasione dei selgiuchidi, bellicoso popolo che professa l’Islamismo sunnita, danneggia inizialmente la maggior parte dei centri di annodatura esistenti nello spazio culturale mediorientale. Ma dopo la conquista i Selgiuchidi dimostrarono un interesse per la cultura e per l’arte, in particolare l’architettura, la lavorazione dei metalli e l’arte della ceramica, non tralasciando la produzione dei manufatti annodati. Si pensa che i Selgiuchidi d’Anatolia abbiano continuato la rustica tradizione centro-asiatica dell’annodatura, portandola a più alti livelli.

(presunta irradiazione delle tribù turkmene dall'Asia centrale)

Marco Polo, che fu in Anatolia nel 1271 viaggiando verso la corte di Qubilai Khan, menziona i tappeti di Iconio come “li sovrani del mondo e di più bei colori”. Che non si trattasse di un’esagerazione o di un’opinione personale del veneziano, del resto osservatore attento e acuto, è confermato da altre fonti. Anche Ibn Battuta, che viaggiò in Anatolia nel 1334, così dice: “Lì venivano prodotti tappeti di lana di pecora detti “di Aksaray”, che non hanno trovato l’uguale in alcun paese e che vengono esportati da lì in Egitto, Siria, Iraq, Persia e perfino India e Cina”.
Di quell’epoca sono giunti fino a noi alcuni pezzi quasi integri e ampi e significativi frammenti, rinvenuti nella moschea di Alaeddin a Konya e nella moschea Eşrefoglu di Beyşehir (un’ottantina di chilometri a sud-ovest di Konya).

(tappeto del XIII secolo rinvenuto nella moschea di Konya; ricostruzione computerizzata di Alberto D.)

Questi antichi esemplari sono realizzati in lana, utilizzando il nodo simmetrico e propongono motivi geometrici distribuiti ordinatamente all’interno del campo; i motivi più riprodotti sono stelle a otto punte, rosette, piccoli ottagoni e poligoni uncinati, Le cornici sono piuttosto vaste e possono essere decorate con austeri motivi geometrici o con il motivo cufico, che ben si presta alla funzione di abbellire gli interni delle moschee. I colori sono sobri e i motivi di decoro, solitamente realizzati con colori chiari, si stagliano su un campo per lo più rosso o blu scuro.
Si ritiene che questi reperti risalgano alla seconda metà del XIII secolo. Considerando che la grande moschea di Konya fu edificata nel 1220 durante il regno del sultano Alaeddin Keykubat, e quella di Beyşehir negli ultimissimi anni del secolo, è difficile pensare a un uso di tappeti già vecchi e quindi la datazione proposta per l’intero gruppo sembra abbastanza plausibile.

L’invasione mongola: Ilkhanidi e Timuridi.

Dal 1219, sotto la guida di Gengis Khan, i Mongoli iniziarono la conquista del Medio Oriente, fondando la dinastia degli Ilkhanidi.
L’Ilkhanato era una delle quattro regioni che costituivano l’impero mongolo, e includeva le attuali Persia, Iraq, Afghanistan, Azerbaijan e il Pakistan occidentale.
I Mongoli erano un popolo rozzo e il controllo della Persia fu inizialmente brutale: la vita artistica della Persia, inclusa l’annodatura di tappeti, ebbe a risentirne. Tuttavia con il tempo i sovrani Mongoli subirono l’influenza del paese conquistato; attratti dalla cultura persiana, gli Ilkhanidi patrocinarono le arti e coltivarono le raffinate tradizioni della Persia islamica, contribuendo a risollevare il Paese dopo le precedenti devastazioni.
Sappiamo così che alla fine del XIII secolo, Ghazan Khan, che fu il primo sovrano mongolo a convertirsi all’islamismo, fece ricoprire i pavimenti della nuova moschea e della sua residenza a Tabriz con tappeti provenienti dal Fars. Questo indirettamente ci dice che a Tabriz non esistevano esemplari in grado di reggerne il confronto.
Nel 1335, la morte dell'ultimo Ilkhan legittimo significò la fine dell'Ilkhanato, che si frantumò in numerosi staterelli esponendo la Persia all'invasione di un altro conquistatore di stirpe mongola: Tamerlano (Timur-i-Lang, Timur lo zoppo) che fondò la dinastia dei Timuridi. Sovrano di leggendaria crudeltà, creò un vasto impero esteso dall’Asia Centrale all’India settentrionale, alla Persia e alla Mesopotamia, scegliendo Samarkanda come capitale.
Sotto i Timuridi il paese conobbe uno sviluppo artistico veramente eccezionale, dovuto in gran parte alla sensibilità estetica e culturale della dinastia regnante.
I Timuridi incentivarono l’arte della miniatura portandola ai più alti livelli; se ne hanno splendidi esempi soprattutto nei poemi epici, come lo Shahnameh di Firdusi, illustrato a partire dal XIV secolo. Così i tappeti persiani dell’epoca sono ottimamente documentati attraverso le precise raffigurazioni contenute nelle miniature (invece i tappeti anatolici coevi sono accuratamente raffigurati nella pittura europea dell’epoca). Lo stile è ancora prevalentemente geometrico, anche se caratterizzato da una maggiore complessità compositiva e cromatica, con comparti quadrati, esagonali e ottagonali, spesso delimitati da complessi intrecci formanti “nodi senza fine” e motivi stellari.

(miniatura con rappresentazione di un tappeto)

I miniaturisti arrivano ad influenzare il disegno del tappeto: in particolar modo vengono ripresi nei tappeti disegni che sono propri delle rilegature del Corano, il libro sacro islamico: lo spazio è dominato da un medaglione centrale, di forma tonda o allungata, spesso arricchito superiormente e inferiormente da grandi pendenti; gli angoli hanno spesso un quarto di medaglione, porzione di quello centrale. I bordi sono ben definiti e vengono sovente caratterizzati da un’insieme di cartigli che possono recare al loro interno forme floreali o iscrizioni.


(miniatura col motivo ghab khorani)

Sempre grazie ad una miniatura, facente parte di un manoscritto datato 1436, abbiamo anche la prima immagine che testimonia la diffusione dei tappeti da preghiera, decorati con la stilizzazione del mihrab, la nicchia che nelle moschee indica la direzione della qibla (cioè della Mecca).


(miniatura timuride con la prima immagine nota di tappeto da preghiera, sul quale prega il Profeta)

La necessità di difendersi dai Mamelucchi dell’Egitto induce i Timuridi ad accettare alleanze cinesi, armene, bizantine e cristiane. Questi contatti si riflettono sulla produzione del tappeto annodato, che accoglie anche motivi dall’arte cinese per la quale i Timuridi, di origini mongole, avevano naturalmente un grande rispetto; è anche probabile che artisti e artigiani cinesi siano stati invitati a lavorare negli atelier della corte. In diverse miniature fanno la loro apparizione tappeti ornati da complessi arabeschi floreali intrecciati e spiraliformi, cartigli, comparti rotondi e polilobati, raffigurazioni di uccelli e animali anche mitici come il drago e la fenice.

L’avvento dei safavidi.

Nella seconda parte del XV secolo le dinastie mongole persero progressivamente il controllo della Persia; nelle regioni occidentali ebbe il sopravvento la tribù turcomanna dei Montoni Bianchi (ak koyunlu) ed il loro emiro Uzun Hassan si stabilì a Tabriz
Nel 1474 Giosafat Barbaro, ambasciatore della Repubblica di Venezia alla corte di Tabriz, scrisse un “Viaggio in Persia”; il palazzo di Uzun Hassan è minuziosamente descritto nel suo sfarzo, e tra gli oggetti più preziosi il veneziano cita numerosi tappeti, tra cui molti sontuosi esemplari in seta.
Nel 1499 il giovanissimo Ismail (1487-1524), riuscì ad ottenere l'appoggio delle tribù nomadi turche dell'Azerbaijan e a sconfiggere la tribù dei Montoni Bianchi. Nel giro di pochi anni con alcune spedizioni che partirono dalla capitale Tabriz, Shah Ismail I riuscì a conquistare tutta la Persia, che viene così di nuovo governata da una dinastia locale, quella dei Safavidi, destinata a regnare sulla Persia fino al 1736.
Sotto questa dinastia tutte le arti di Persia, inclusa la manifattura del tappeto, raggiunsero vertici assoluti, particolarmente sotto Shah Abbas il Grande, che stabilì la sua capitale a Esfahan, facendo affluire alla sua corte i grandi maestri.
Periodo di vero splendore culturale e artistico, il regno di Shah Abbas I può essere paragonato al Rinascimento europeo.

Conclusioni.

La parola “tappeto” evoca immediatamente nell’immaginario collettivo il tappeto persiano e il Medio Oriente delle Mille e una Notte e questo ci induce a considerare quelle terre come culla dell’arte dell’annodatura.
In realtà il tappeto sarebbe nato e si sarebbe evoluto nelle steppe dell’Asia Centrale, abitate da popoli di origine turca, che lo avrebbero utilizzato per isolarsi dal suolo gelato. Questi popoli, spinti dalla pressione di altri più orientali, sarebbero poi migrati ad occidente, invadendo la Persia, la Mesopotamia, l’Asia Minore e l’Anatolia, diffondendo la loro conoscenza della tecnica dell’annodatura.
I reperti in nostro possesso testimoniano però la conoscenza e la diffusione del tappeto anche in altre regioni: in Cina, in Egitto e nell’America pre-colombiana. Le più antiche testimonianze scritte inerenti al tappeto risalgono invece ai Veda, i testi sacri dell’induismo; nell’Atharva Veda, composto attorno al 1000 a.C. e messo in forma scritta verso il 200 a.C., il saggio Atharva usa il tappeto, con le sue trame e i suoi orditi, come simbolo del Tutto, della conoscenza assoluta.
Possiamo allora ipotizzare che l’arte di annodare tappeti si sia sviluppata indipendentemente presso popolazioni senza alcun contatto tra loro, in epoche diverse, come conseguenza di una comune necessità.
Però solo nel Medio Oriente il tappeto si è evoluto al punto di assurgere quasi a simbolo dell’arte locale ed essere apprezzato, menzionato ed esportato, influenzando tutte le produzioni successive.

(miniatura che raffigura il profeta Maometto su un tappeto da preghiera)

15 giugno 2009

punto di vista, by Paolo

Lo spunto per questa riflessione mi viene osservando un tappeto Chi-chi, il cui motivo di decoro del campo mi ricorda una finestra affacciata su un cielo stellato.

tappeto Chi-chi, fine XIX secolo.

Del tappeto da preghiera inteso come porta mistica verso una dimensione più elevata abbiamo già parlato altrove in questo Magazine. In questa sede desidero evidenziare come le “stelle” nel tappeto in questione non siano sorgenti nitide e puntiformi, ma alonate, come quando il cielo notturno è un po’ velato da un’atmosfera più densa.

dettaglio dell’immagine precedente.

Ritrovo un cielo stellato con simili caratteristiche in certi quadri di Luca Dall’olio, artista bresciano pittore di sogni, nel territorio della tradizione surrealista, che percorrendo la strada dell’originalità, della fantasia, dell’immaginazione, della tendenza al racconto, meglio ancora alla fiaba, ci propone effetti visivi di cieli stellati e di città immaginarie dove si svolgono incontri di figure cavalleresche e magiche, dove si aprono antichi portali istoriati su traversie avventurose ormai prossime al compimento e alla soluzione di tutti i misteri (Montini G. Cos’è il sogno. Brescia, 1998 e Sgarbi V. I giudizi di Sgarbi. Milano, 2005).


Luca Dall’olio: Mondi senza incantesimo. da: LucaDallolio.it


Luca Dall’olio: Sognando con me, particolare. collezione dell'autore.

Prima di procedere oltre apriamo una breve parentesi di biologia per definire il sogno.
Il sonno è una attività fondamentale per la sopravvivenza di tutte le specie: tutti dormono, dalle mosche alle balene. Nell’uomo, e nelle specie animali più evolute, il sonno non è uno stato omogeneo, ma vi si possono distinguere due fasi: il sonno REM (da Rapid Eye Movement) e il sonno non-REM. La fase REM rivela una complessa architettura del sonno, associata ad una corteccia cerebrale ben sviluppata; semplificando, possiamo identificare il sogno con il sonno REM. Il sogno avrebbe un ruolo centrale nell’apprendimento, inteso come consolidamento della memoria: le tracce mnemoniche recenti sono riattivate, analizzate e incorporate nella memoria a lungo termine grazie ad eventi molecolari a cascata che inducono modificazioni sinaptiche durature [Maquet P. The role of sleep in learning and memory. Science 2001; 294: 1048-1052 e Siegel JM. Clues to the functions of mammalian sleep. Nature 2005; 437: 1264-1271].
L’importanza del sonno REM, e quindi del sogno, per il benessere dell’organismo è dimostrata dal fatto che la privazione di questa fase è tollerata solamente per due notti consecutive. Dopo questo periodo, se si persiste nella privazione forzata possono insorgere stati confusionali e allucinatori, delirio, fino al coma ed alla morte. Il sogno quindi, come il sonno, è assolutamente necessario a tutti gli esseri viventi.

Ma torniamo rapidamente ad una dimensione a noi più abituale del sogno, più precisamente quella che da sempre ci rallegra nel nostro riposo e, talvolta, ad occhi aperti. Il sogno è immaginazione, è fiaba e a recitare un ruolo importante nel bel mezzo della fiaba spesso troviamo un castello: una delle meraviglie nei racconti uditi nella nostra infanzia. Il castello inteso come punto di convergenza dei tessuti narrativi su dame, cavalieri, luogo di rifugio e di avventura. Era il teatro dove si ferravano i cavalli, si attingeva l’acqua, si infornava il pane, si batteva il ferro sull’incudine e si leggevano o si raccontavano gesta d’armi e d’amori (Montini G. cit.)


Luca Dall’olio: Paese incantato. da: LucaDallolio.it

Proprio nell’ultimo numero di HALI un articolo ci guida a riscoprire negli antichi kilim anatolici a nicchia, singola o multipla, la rappresentazione di porte nelle mura e merlature di cinta fortificate [Türck U. Strait is the gate. Hali 2009; 159: 60-69].
Furono gli Ittiti, in Anatolia, a metà del secondo millennio, a munire le loro città con una cerchia di mura.


Ricostruzione computerizzata delle mura di Hattusa, la capitale degli Ittiti. da: hittites.info

L’innovazione fu poi recepita in tutto il Medio Oriente: nell’Anatolia stessa, in Urartu, in Assiria, Babilonia, Siria e Palestina. Col tempo le cinta murarie furono migliorate con l’aggiunta di torri di guardia e merlature, fino a costituire dei veri e propri castelli fortificati.
Per meglio assolvere il ruolo di protezione contro gli eventuali nemici l’innalzamento delle mura viene accompagnato da rituali religiosi, mentre figure umane, animali e ibride vengono incorporate in esse come guardiani.
La presenza delle mura sottolineava l’indipendenza e il prestigio della città.
Attraverso e intorno alla porta nelle mura avvengono gli scambi di merci, persone e idee. Anche la giustizia viene spesso dispensata nei pressi della porta, come accade nel mondo islamico ancora ben dentro il XX secolo. Nel vangelo di Giovanni (10:9) la porta assume anche un alto simbolo religioso: “Io sono la porta; se uno entra per mezzo di me, sarà salvato”.
In conseguenza del valore magico-religioso, nell’amministrazione della giustizia e negli scambi commerciali e sociali, la rappresentazione delle porte e delle mura è assurta a simbolo della città nelle arti visive.
L’autore dell’articolo, il dott. Türck, ravvisa una straordinaria corrispondenza tra i motivi dei kilim anatolici a nicchia e le forme dei portali e delle antiche architetture merlate mediorientali, meravigliandosi che un fatto così evidente non sia stato ad oggi debitamente evidenziato.

Konya kilim. da: jozan.net

E’ verosimile che le tessitrici che realizzarono i kilim più vicini a noi come epoca non fossero consapevoli di riprodurre le mura cittadine dei loro antenati ittiti, bensì immagini di moschee.


Afyon kilim, particolare. da rjohnhowe.com


Karapinar kilim. da: vgm.gov.tr

Le argomentazioni addotte nel pur documentato articolo in Hali mi hanno destato qualche perplessità: perchè rappresentazioni di mura e porte solo nei kilim turchi e non in quelli persiani? Non c’erano forse mura difensive in Persia? E la cittadella fortificata di Bam?


Veduta della cittadella di Bam. da: upload.wikimedia.org

Dobbiamo considerare che la tessitura a fessure, la tecnica più usata nella realizzazione dei kilim, consente di realizzare disegni rigorosamente geometrici, imponendo delle restrizioni nella varietà delle iconografie realizzabili, che le tessitrici interpreteranno sulla base di modelli locali tramandati da generazioni (con qualche esemplare che si discosta clamorosamente dalla “norma”) e che traggono la propria fonte in motivi archetipi (vedi in questo Magazine: Il “cane corrente” – Origine neolitica e significato, di Alberto D.).
I decori “merlati” di taluni kilim, che talvolta si allungano a formare delle “dita” particolarmente estese (motivo parmakli), a volte come propaggini di figure quadrate o rettangolari (Hull H, Luczyc-Wyhowska J. Kilim. Milano, 2000), potrebbero banalmente essere soluzioni decorative imposte dalla tecnica di tessitura usata.
Va detto che tutte le fonti che ho avuto occasione di esaminare sono concordi nell’interpretare i motivi di questi kilim come tappeti da preghiera o saf.

Sivrihisar kilim. da: vgm.gov.tr

Lo studio del tappeto ne ha indagato approfonditamente l’origine, la realizzazione e struttura, e i motivi di decoro. Tutto è stato affrontato con attenzione logica per fornire argomentazioni inoppugnabili alla scienza del tappeto.
Vorrei quindi rivendicare per il tappeto uno spazio diverso, dove poterlo considerare come prodotto della fantasia del tessitore, sfuggente al rigore analitico e non imprigionabile all’interno di catalogazioni, rappresentazione di un luogo immaginario in un tessile, meticoloso nell’esecuzione, ma prodotto di invenzioni estetiche che traggono la loro origine nelle profondità dell’inconscio personale e collettivo, che attinge al mondo del mito e della leggenda e delle civiltà preistoriche.
Il sogno e il tappeto non sono quindi estranei tra loro e non ci sono limiti alla fantasia: il tappeto può anche volare nelle “Mille e Una Notte” (Alf laila wa laila).



“Riding a flying carpet”, Victor Vasnetsov, 1880

Concludo con una frase di Maurizio Baraccano che credo possa essere condivisa da tutti noi appassionati: “Il tappeto, il bel tappeto, è un sogno posseduto dal collezionista” (Baraccano M. Filosofia del tappeto. Torino, 2004).

8 giugno 2009

by Paolo
Tappeto DOBAG (da: peterlinden.com)

Nella maggior parte dei paesi dove si pratica la tessitura dei tappeti i coloranti naturali sono stati quasi completamente rimpiazzati dai coloranti chimici verso la fine del XIX secolo; tuttavia, i primi coloranti chimici a base di anilina quasi da subito si sono rivelati scadenti. L’industria chimica ha rapidamente provveduto a sintetizzare nuovi coloranti di superiore qualità e stabilità, ma poiché niente può sostituire la bellezza e il calore delle colorazioni naturali, in tempi recenti si è gradualmente arrivati alla rivalutazione dell’arte della tintura naturale.

Il declino del tappeto turco.

Per la nuova classe media dell’Europa industriale della metà dell’Ottocento i tappeti turchi in salotto, promossi dalla vetrina delle esposizioni internazionali, erano un complemento irrinunciabile. La richiesta arrivò a superare l’offerta e di conseguenza i costi incrementarono, ma non così la produzione, da sempre basata sul lavoro manuale e su idonee materie prime e sostanze coloranti.
Fu il diciottenne studente di chimica William Perkin nel 1856, mentre tentava la sintesi del chinino, a produrre accidentalmente una sostanza color lilla in grado di tingere cotone e seta, brillante e resistente, che chiamò "mauveine”. Il successo fu tale che la regina Vittoria d’Inghilterra visitò l’Esposizione Universale di Londra del 1862 indossando un vestito colorato con la malveina.
Poco dopo, nel 1859, il francese Verguin sintetizzò la fucsina, che chiamò “magenta” in onore della battaglia vinta proprio in quell’anno da Francesi e Piemontesi contro gli Austriaci.
Negli anni a seguire furono brevettati numerosissimi nuovi coloranti, soprattutto dall’industria tedesca che assunse un ruolo di primissimo piano nella chimica dei coloranti, specialmente con la Badische Anilin und Soda Fabrik (BASF).
I nuovi coloranti anilinici erano più economici dei coloranti naturali, potevano essere prodotti in grandi quantità, erano più facili e più veloci da usare di quelli tradizionali e per questo soppiantarono rapidamente i pigmenti naturali usati nella manifattura del tappeto in Turchia e altrove.
Ben presto però si notò che i primi coloranti anilinici tendevano a diffondere e ad affievolirsi quando lavati, ma migliori aniline si resero presto disponibili e furono adottate dalla maggioranza delle grandi manifatture, sebbene non consentissero di ottenere la gamma, la raffinatezza e l’armonia dei coloranti naturali usati da mani esperte e pazienti.
Per ricreare il tipico aspetto più caldo dei vecchi tappeti si ricorse anche ad espedienti quale esporre i nuovi tappeti all’azione degli agenti atmosferici e del calpestio, seppellirli nel letame o immergerli in bagni sbiancanti o alcalini. Stratagemmi che potevano soddisfare una parte del mercato, ma non i committenti più attenti, inclusa la corte ottomana, che fino al 1900 circa continuarono a richiedere tappeti colorati naturalmente.
Gli annodatori nomadi e di villaggio, che non annodavano per i commercianti, ma per la propria famiglia o per farne una pia donazione alla moschea, continuarono ovviamente a restare fedeli ai loro metodi tradizionali, almeno fino agli anni del primo conflitto mondiale, durante i quali l’intera industria turca del tappeto andò incontro ad un declino dal quale non si sarebbe mai completamente ripresa.
Il colpo finale arrivò attorno alla metà del secolo scorso, con la diffusione degli economici tappeti meccanizzati; costretti da questa concorrenza a produrre a prezzi bassi, i tessitori non poterono più acquistare lane di qualità o impiegare troppo tempo nella realizzazione e alla fine degli anni Settanta i loro tappeti erano ormai di qualità molto scadente.

Tappeto DOBAG (da: themagiccarpet.biz)

Harald Böhmer.

Da alcuni anni in alcuni villaggi dell’Anatolia si è recuperato con successo l’uso dei coloranti naturali per la tintura della lana e la realizzazione degli antichi disegni e motivi tradizionali.
L’artefice di questo ritorno alla tradizione è stato il dott. Harald Böhmer, un professore di chimica tedesco che nel 1960 arrivò a istanbul per insegnare chimica, fisica e biologia agli studenti tedeschi della locale scuola superiore. Böhmer e la moglie Renate rimasero ben presto affascinati dalla Turchia e dai suoi tappeti. Il suo mandato scadeva nel 1967 e appena possibile, nel 1974, ritornò in Turchia con un contratto per altri sette anni di insegnamento.
All’epoca iniziò ad interessarsi dei coloranti presenti nei tappeti e nei kilim. I Böhmer erano colpiti dai colori degli antichi tappeti anatolici nei musei, dei quali non riuscivano a trovare traccia negli esemplari presenti nel bazar di Istanbul e nei villaggi dell’Anatolia.
Pur essendo all’epoca disponibili in commercio validi coloranti sintetici, le annodatrici dei villaggi ne acquistavano economici, di scadente qualità, che risultavano in colorazioni troppo sgargianti e che, se non miscelati con precisione nelle opportune quantità, potevano originare delle tonalità ben lontane da quelle desiderate. Esisteva ben poca letteratura sull’argomento e nei villaggi nessuno ricordava come estrarre i colori dalle piante locali.
Da quel momento Böhmer prese metodicamente ad analizzare i coloranti nei tappeti, utilizzando l’allora nuova tecnica della cromatografia su strato sottile, messa a punto dal dott. Helmut Schweppe per analizzare tessili utilizzando minime quantità di filato.
Allestì un improvvisato laboratorio nella sua cucina riuscendo così ad identificare la composizione dei pigmenti colorati usati in centinaia di tappeti di ogni epoca e a ricostruire i procedimenti che venivano usati prima del XX secolo per realizzare i coloranti e per tingere i filati.
Inoltre, studiando i coloranti di piante indigene di determinate aree della Turchia, Böhmer poté per la prima volta tracciare l’origine di certi tappeti in base alla fonte del colore impiegato nell’esemplare. Sulla base di questa esperienza egli, con Werner Bruggemann, un collega insegnante e appassionato di tappeti, avrebbe pubblicato nel 1983 il fondamentale volume “Rugs of the Peasants and Nomads of Anatolia”.
Infine Böhmer concepì l’idea di far rivivere nei villaggi turchi la tessitura con l’uso dei coloranti offerti dalla natura e allo stesso tempo ristabilendo elevati standard qualitativi per i tappeti annodati localmente. Egli pensava che esemplari così realizzati sarebbero stati appetibili per il mercato europeo e statunitense, che guardavano con sempre maggiore attenzione all’artigianato e all’uso ai prodotti naturali.

Il dott. Böhmer è il primo da sinistra (da: internetrugs.com)

Il progetto DOBAG.

Böhmer riuscì a farsi finanziare l’idea dal Ministero della Cooperazione Tecnica tedesco e dalla Facoltà di Belle Arti dell’Università di Marmara, diretta dal dott. Mustafa Asher. Si stabilì che il dott. Böhmer avrebbe dedicato tre giorni della settimana all’insegnamento e tre giorni all’attività di consulente nel nuovo progetto, che fu formalmente denominato Dogal Boya Arastirma ve Gelistirme Projesi, più noto con l’acronimo “DOBAG”, e che può essere tradotto come: Progetto di Ricerca e Sviluppo dei Coloranti Naturali.
DOBAG si proponeva di ripristinare le antiche tecniche di filatura della lana e tintura con colori naturali e la realizzazione di tappeti con i tradizionali motivi anatolici. Si voleva in tal modo promuovere e migliorare l’industria turca della tessitura, creare una florida attività economica nei villaggi che potesse frenare l’emigrazione verso i centri urbani, rivitalizzare le arti e mestieri tradizionali infondendo nel popolo turco un motivo di orgoglio nazionale.
Nel 1981 iniziò quindi il progetto pilota al quale collaboravano, tra l’altro, il già citato dott. Schweppe e gli studiosi turchi Orhan Oguz e Mustafa Aslier.
Si scelse per il progetto un’area depressa della Turchia occidentale nel territorio di Ayvacik ed Ezine, nel distretto di Çanakkale. In alcuni villaggi della zona si erano stabiliti alla fine dell’Ottocento dei Turchi provenienti dai Balcani, in altri più recentemente si erano insediate popolazioni nomadi con una lunga tradizione nella tessitura. Nel 1982 anche il vicino distretto di Yuntdag chiese di aderire al progetto, che più avanti si estese a coinvolgere anche le zone di Manisa, Ürgüp, Döshemealti e Yahyali.


L’area inizialmente scelta per il progetto DOBAG.

Nell’estate del 1981 i Böhmer si recarono nei villaggi per insegnare i metodi di colorazione e la stessa Renate diede dimostrazioni alle tessitrici (la primissima dimostrazione ebbe luogo nel villaggio di Cinarpinar, a sud di Ezine) usando come dosatore l’onnipresente tazza da tè a forma di tulipano.
Venne immediatamente realizzato un piccolo tappeto che fu venduto con successo nel mercato di Istanbul e per la fine dell’anno le prime venti famiglie avevano realizzato il loro tappeto.
Per fornire assistenza tecnica al telaio alle tessitrici fu assunto un giovane studente di estrazione nomade, Serife Atlihan, che avrebbe in seguito coordinato il progetto. Furono anche predefiniti degli standard qualitativi da raggiungere per poter commercializzare i tappeti prodotti.


Tappeto DOBAG (da: themagiccarpet.biz)

La realizzazione dei tappeti.

Per realizzare l’armatura dei tappeti si decise di usare le lane locali, mentre per il vello si sarebbero usate invece lane invernali, più spesse e lunghe, più facili da tingere, provenienti da altre località della Turchia. Le lane sono lavate, operazione tutt’altro che agevole visto che i villaggi dispongono di pozzi e cisterne e non di acqua corrente, stese ad asciugare, cardate (inizialmente a mano, poi con le macchine della cooperativa ad Ayvacik) e filate, usando anche gli antichi arcolai di legno.
Alle operazioni di preparazione delle lane spesso sovrintendono le donne più anziane, che hanno più difficoltà ad annodare.
I filati sono tinti secondo le ricette elaborate da Böhmer con coloranti ottenuti da piante coltivate localmente: la robbia per il rosso, le galle di quercia per il nero, reseda e camomilla per il giallo. L’indaco viene acquistato in India, ma si fa uso anche di indaco artificiale perché la molecola è identica a quella del pigmento naturale. E per tingere in violetto si prepara un bagno colorante con robbia in acqua fredda anziché calda.

Lane tinte (da: la turchia.it)

Si pensi che la robbia (Rubia tinctorum), praticamente onnipresente in Turchia, un tempo coltivata proprio per estrarne il colorante, cresceva ora in mezzo alle coltivazioni di cotone e gli agricoltori furono ben lieti che la DOBAG la rimuovesse ogni estate dai loro campi. Si iniziò poi nuovamente a coltivarla appositamente.
I mordenti usati possono influenzare la tonalità di colore: per esempio, l’allume conferiva una particolare brillantezza al rosso della robbia, mentre il ferro la scuriva ad una tonalità ruggine. E aggiungendo piccole quantità di rame al tino del colorante si velocizzava il fissaggio del colore.
Per quanto Böhmer si fosse sforzato di semplificare le procedure di colorazione, il risultato finale dipendeva da molti fattori e circostanze; banalmente, anche l’alcalinità dell’acqua del pozzo a cui si attingeva.
Si ottenevano comunque colori con la stessa tonalità e intensità del passato, ma più brillanti, non essendo ancora stati attenuati dal tempo.
Ovviamente il lungo processo di preparazione e tintura della lana e la qualità della lana necessaria a garantire che la tinta prenda, fanno aumentare il costo di tappeti e kilim e rendono il lavoro più lungo e difficile. Gli esemplari però durano a lungo e restano belli anche dopo molto tempo.
Venne incoraggiata la finezza dell’esecuzione pagando la tessitrice anche in base al numero di nodi; come conseguenza le annodatrici praticamente raddoppiarono il numero di nodi fino a 60-70.000 al metro quadrato. Un tappeto nel formato 3 x 2 metri può arrivare a contenere 600,000 nodi e viene realizzato in 120 giorni di lavoro. Talvolta vengono realizzati esemplari di particolare finezza.

Tappeto DOBAG (da: the magiccarpet.biz)

Per quanto concerne i motivi di decoro si scelse di realizzare i tappeti secondo le migliori tradizioni locali, ma l’obiettivo di far rivivere questi disegni non fu facile da raggiungere. Inizialmente si fornirono dei cartoni; infatti, anche se la tradizione dell’annodatura nei villaggi affondava le sue radici addirittura nel XII secolo, da troppo tempo le annodatrici avevano realizzato tappeti su modelli forniti dai mercanti, e dovettero recuperarono nella memoria quei tappeti che avevano realizzato o visto molto tempo prima, talvolta il kiz da portare in dote che avevano realizzato moltissimi anni prima. Anche le moschee, che contenevano numerosissimi esemplari donati nel corso degli anni, furono una ricca fonte di ispirazione. Appena possibile i cartoni furono quindi messi da parte, per consentire ai disegni di evolvere naturalmente.
Da settembre a maggio, quando non lavoravano nei campi, le donne dei villaggi tessevano i tappeti in ambito domestico, lavorando solitamente fianco a fianco davanti al telaio, realizzando ognuna circa 5000 nodi in otto ore di lavoro e arrivando a produrre cinque tappeti in una stagione.
Per far fronte alle richieste del mercato si installarono anche grandi telai in grado di realizzare esemplari fino a 4 x 3 metri, richiesti per arredare i salotti statunitensi.
Alla produzione di tappeti si affianca una produzione di kilim.
I tappeti realizzati nei villaggi sono portati settimanalmente al centro di raccolta. Nel 1982 fu fondata una cooperativa per la valorizzazione economica del progetto, la GESTAS, altra sigla turca che può essere tradotta con “Responsabilità per la produzione e il commercio” che funzionava sotto la supervisione dell’Università di Marmara. I tappeti prodotti sono poi stati venduti in esclusiva a pochi rivenditori in Europa e USA.
Entro pochi anni qualche centinaio di tessitrici era coinvolto nella vendita dei tappeti a tinte naturali attraverso la cooperativa.

Tappeto DOBAG (da: themagiccarpet.biz)

Commercializzazione e risposta del mercato.

Il progetto DOBAG fu un successo commerciale quasi immediato. I tappeti locali ritornarono ad essere piacevoli, con colori armoniosi e ricercati non più visti da oltre un secolo, disegni di villaggio di buon gusto, lane di prima scelta e manifattura eccellente; esemplari fatti per durare a lungo e invecchiare elegantemente.
Anche il British Museum di Londra e il Museo Etnografico di Osaka hanno commissionato a DOBAG tappeti per le loro gallerie, mentre altri adornano pavimenti e pareti in case di tutto il mondo.
Volendo trovare degli aspetti negativi nella produzione DOBAG, possiamo forse dire che i disegni realizzati risultano un po’ “rigidi”, anche a causa dell’assoluta assenza di irregolarità e alla mancanza di abrash.
La lusinghiera accoglienza riservata dal mercato a questa produzione ha determinato anche positivi cambiamenti nella vita dei villaggi. Nel 1989 la cooperativa distribuì 200.000 $ fra le sue socie, che significa: migliori abiti per i figli delle annodatrici, monili al collo delle donne, televisori (magari di seconda mano), nuovi locali da lavoro con ampie finestre, talvolta il frigorifero... tutte cose che colpivano i tessitori al di fuori della cooperativa, e indussero altri villaggi circostanti a chiedere di potersi unire a DOBAG.
Gradualmente anche alcuni uomini hanno iniziato a prendere parte ad alcuni aspetti della produzione, vincendo la riluttanza a ricoprire un ruolo tradizionalmente femminile.
Oggi la produzione è limitata a circa 1400 tappeti all’anno, anche se i tessitori hanno dichiarato di poter aumentare la quantità. Per contro i mercanti hanno sottolineato che aumentare i numeri potrebbe influire negativamente sulla qualità, e che proprio la presenza di mercanti esclusivisti contribuisce a mantenere alti standard.
La politica di DOBAG di restringere la vendita dei propri tappeti solamente presso magazzini creati appositamente per il progetto, un approccio unico nel mondo del commercio dei tappeti, fu criticata da alcuni che ritennero potesse limitare l’efficacia della promozione del prodotto.
Il Dr. Böhmer controllava attentamente la qualità della produzione dei tappeti DOBAG, ognuno dei quali era registrato presso l’Università di Marmara e riceveva un’etichetta di cuoio col numero di registrazione.

(da: dobag-teppiche.de)

Il progetto influenzò profondamente l’industria del tappeto in Turchia e altrove. La scelta di limitare la produzione e il rifiuto all’ingresso di altri membri nella cooperativa, ha fatto sì che altri tessitori presero a produrre e vendere i propri tappeti colorati naturalmente, e di differenti qualità, sul libero mercato.
DOBAG ha fornito l’impulso per altre iniziative volte a reintrodurre tecniche artigiane tradizionali del popolo turco e al miglioramento qualitativo dell’allevamento ovino ai fini della produzione di lana.
Ricordiamo il progetto KOK, con sede a Konya, che si propone far rivivere la tradizione dell’annodatura tipica dell’Anatolia centrale e, dal 1984, l’avvio della Woven Legends di George Jevremovic.
Tappeto DOBAG (da: peterlinden.com)

Conclusioni.

L’intento del progetto DOBAG era quello di fermare il decadimento qualitativo del tappeto turco iniziato nel XIX secolo e ulteriormente accentuato nel secolo scorso. Artefice primo di quel rinascimento fu il chimico tedesco Harald Böhmer. Per ironia della sorte, furono altri chimici tedeschi, nella seconda metà dell’Ottocento, a produrre e diffondere i coloranti di sintesi, invadendo il mercato e cancellando d’un colpo la laboriosa produzione di sostanze coloranti naturali destinate ai tappeti.
Attualmente l’industria chimica mette a nostra disposizione dei coloranti di buona qualità, adatti alla produzione su grande scala. Per quanto la produzione di coloranti naturali sia più difficile da controllare e inadatta a tingere in maniera omogenea grandi quantità di filati, essi conferiscono delle tinte più ricche e calde ai tessili. Sono proprio le “impurità” in essi contenute, e che arrivano a costituire fino a un quarto del pigmento, a impartire al colore risultante la bellezza e l’armonia che non può essere raggiunta usando molecole di sintesi.
DOBAG ha profondamente trasformato l’industria anatolica del tappeto e ha influenzato anche altre regioni, come Iran e Marocco. Nella sola Turchia DOBAG coinvolge attualmente circa 400 famiglie in 40 villaggi; l’emigrazione verso la città è rallentata e il benessere è cresciuto senza stravolgere il modo di vivere tradizionale.


Tappeto DOBAG (da: peterlinden.com)

Riferimenti.

Eiland E. Oriental rugs today. Berkeley Hills Books, 2003.
Garfield S. Il malva di Perkin. Storia del colore che ha cambiato il mondo. Garzanti, 2002.
Garrett G. DOBAG at seven. Oriental Rug Review 1988, 8/4.
Hull H, Luczyc-Wyhowska J. Kilim. Mondadori, 2000.
Hunter C. Tappeti e rovine. Il simposio DOBAG sui coloranti naturali. In: Ghereh 2002, 31, pp.90-93.
Mast T. The rug weaving folk of Ayvacik. Oriental Rug Review 1988, 8/4.
Zipper K, Fritzsche C, Jourdan U. Tappeti orientali. Turchi – Turcomanni. Fabbri, 2000.

Dalle 15.00 (ora italiana) di venerdì 22 maggio, a causa di una mancata comunicazione del registrer e di una colpevole disorganizzazione della freeforums.org i forum del più importante portale amatoriale dedicato ai tappeti orientali del web italiano Infotappeti, sono rimasti oscurati e "parcheggiati" offline per svariate ore. Il software è volatile ed effimero, non ha un peso specifico e come nel caso dei forum ospitati non è neanche in nostro pieno controllo. Ci lamentiamo di quanto sia scomodo un libro per poi scoprire quanto sia facile che tutta wikipedia scompaia perchè al webmaster si è rovesciata la birra sul server. E' stato naturalmente aperto un procedimento di richiesta per la riattivazione immediata dei forum sul dominio di Infotappeti, che già ieri sera è stato prontamente riscattato con provvedimento d'urgenza all'url: http://infotappeti.freeforums.org/portal.php.
L'inconveniente sarà probabilmente del tutto risolto entro il primo pomeriggio di martedì 26 maggio. Quanto è accaduto ha riportato all'attualità il progetto di redarre un book contenente i più importanti contributi (in termini di discussioni) approdati nel sito di Infotappeti, che merita di essere pertanto riconsiderato. Questo temporaneo black out è comunque sicuramente servito a far capire a tutti gli utenti di questo grande portale che le cose non sono mai scontate, che internet è volatile ed effimero e che tutto merita di essere apprezzato e valorizzato quando esiste anzichè essere rimpianto quando ci viene tolto. Infotappeti è la casa di molti appassionati, oltre che il risultato di fatiche, tempo ed amore spesi dal suo creatore ed amministratore, sta a noi tutti valorizzare e significare questa realtà e gratificare chi lavora per essa, sia esso l'utente sconosciuto che chiede info su un tappeto decorativo, sia esso un utente esperto che spende tempo ed energie per redarre scritti che poi sono utili a tutti, fino ad arrivare all'ideatore e all'amministratore del forum, senza il quale Infotappeti non sarebbe mai esistito.
Lo staff di Infotappeti.

P.S. per informazioni potete scrivere a:
infotappeti@excite.it oppure albderev@tiscali.it

by Paolo


Introduzione

L’appassionato che da poco si è accostato al mondo del tappeto apprenderà, fra le prime nozioni, che le produzioni persiane di Qom e di Nain sono da ascrivere ad un’epoca recente, cioè alla prima metà del Novecento, anche grazie all’impulso dato dallo Shah Reza Pahalavi.
In realtà questo è strettamente vero per Nain, la cui industria tessile, in crisi a causa della concorrenza dei tessuti importati dall’Occidente, fu riconvertita alla produzione di tappeti, mentre non è a tutti noto che Qom vanta invece una propria tradizione nel campo del tappeto che solo recentemente si è sviluppata in una raffinata manifattura commerciale.

Qom: città santa

Qom è una città santa, seconda in Persia solo a Mashad. Nella città e nel circondario sorgono numerosi monumenti religiosi tra cui una splendida moschea, un gran numero di mausolei di santi sciiti e centinaia di tombe di fedeli.
Oltre ad essere un importante luogo di pellegrinaggio, Qom ha sempre goduto di un ruolo privilegiato grazie alla sua posizione, tra Esfahan e l’area settentrionale.


La città esisterebbe da prima dell’Islam, con il nome di Kumindan (a sua volta da ricollegare all’assira Ambanda), mutato in Qom in epoca islamica.
La città è sorta dall’unione di alcuni piccoli villaggi serviti da un bazar, antesignano di un centro commerciale, che crebbero fino a collegarsi l’un l’altro a costituire un abitato più grande.
Sappiamo che fu distrutta da Alessandro il Grande e riedificata dal sovrano sasanide Kubad I (488-531 d.C.), che le attribuì l’indipendenza amministrativa da Esfahan.
In epoca islamica popolazioni arabe migrarono da Kufa, nell’attuale Irak, verso l’area di Qom, integrandosi pacificamente con gli abitanti delle città esistenti e facendo di Qom un rifugio e un baluardo per i primi sciiti.
A dare un importante contributo alla fama di Qom fu la venerazione di Fatemè (Fatima), sorella dell’imam Reza, detta al-Masumeh, cioè l’Immacolata, che morì e fu sepolta a Qom nel 816 d.C. La sua tomba divenne immediatamente luogo di pellegrinaggio ed il numero dei fedeli che lo raggiungevano ogni anno crebbe continuamente. In particolare, le donne chiedono la grazia della fertilità.



Nel X secolo Qom era descritta come una città ricca, chiusa da una cerchia di mura e circondata da campi resi fertili grazie ad un efficiente sistema di irrigazione, ma nel 1124 subì il massacro dei suoi abitanti ad opera dei conquistatori mongoli; tuttavia gli Ilkhanidi e i Timuridi ne promossero la rinascita.
Il periodo di maggior splendore della città si ebbe sotto i sovrani safavidi, che riaffermarono la fede sciita e incentivarono i pellegrinaggi verso le città sante iraniane di Mashad e Qom, in contrapposizione a quelle irakene di Najaf e Karbala, cadute sotto il dominio degli Ottomani.
I safavidi intrapresero la costruzione del complesso di edifici che formano il santuario (astanè) di Fatima, che dopo il 1629 accoglierà le loro sepolture (Sims E. Abbas-i buzurg. Iran in a new light. In: Hali 2009, 159, pp. 99-101).



Molti altri monumenti religiosi andarono ad arricchire la città che divenne anche un apprezzato centro di studi teologici. Successivamente Fath Alì Shah la fece completare da una madrasa e i Qajar la ornarono con una serie di altri monumenti.

Qom e il tappeto

La maggior parte delle fonti tendono ad escludere una produzione di tappeti locale antecedente alla prima metà del ‘Novecento.

“Nella millenaria città santa di Qom non si sono prodotti tappeti fino al più recente passato. La produzione di tappeti... risale al 1930 e solo dal 1950 è nota anche a noi” (Aschenbrenner E. Tappeti orientali. Caucasici – Persiani. Fabbri, 2000);
“Verso il 1930, per iniziativa di un gruppo di mercanti di Kashan, sorsero a Qom i primi telai” (Formenton F. Il Libro del tappeto. Mondadori, 1999 e Il tappeto orientale. De Vecchi, 1996);
“Qom ... ha la particolarità di non aver mai tessuto tappeti fino all’inizio degli anni ‘30 del XX secolo” (Cohen M. Il mondo del tappeto. De Agostini, 2000);
“La produzione tessile di Qom, le cui origini risalgono agli anni Trenta, è oggi particolarmente abbondante” (Middleton A. Tappeti. IdeaLibri, 2001);
“There was no tradition of rug weaving there during Safavid times” (Eiland III ML. Antique oriental rugs. Antique collectors’ club, 2003);
“L’industria del tappeto non fu fondata prima del 1930... I tappeti della città santa di Qom non dovrebbero risalire, ovviamente, a prima del XX secolo; certamente nessun tappeto del periodo safavide è mai stato attribuito a questa città” (Sakhai E. Guida alla scelta dei tappeti. Magis Books, 1993);
“Qom è sorta come manifattura di tappeti intorno al 1940 per sopperire alla decadenza di quella di Teheran di cui ripete molte caratteristiche tecniche” (Parvizjar B, Condello M. Dizionario enciclopedico del tappeto persiano. Telemarket Communication, 2005);
“L’annodatura dei tappeti è un’attività recente e risale agli anni Venti, per iniziativa di alcuni mercanti di Kashan” (Sabahi T. L’arte del tappeto d’oriente. Electa, 2007)
Nessun cenno da parte di John Eskenazi e della dottoressa Milanesi.

Appena più possibilisti Barry O’Connell: “Qum is a fairly recent weaving center. Major production of rugs only started up in the early 20th century” (persiancarpetguide.com) e Mehdi Zarif: “Per molti secoli il centro ha legato la sua fama alla spiritualità musulmana sciita, relegando l’arte dell’annodatura in una posizione piuttosto marginale. Solo agli inizi del ‘900, grazie all’iniziativa di alcuni intraprendenti mercanti di Kashan incentivati da Reza Shah Pahlavi, la produzione tessile ha conosciuto un nuovo impulso raggiungendo in pochi anni ottimi livelli qualitativi” (Il tappeto orientale. De Agostini, 1998).

Sicuramente in epoca safavide Qom aveva prodotto diversi tessili, tra cui i karbas, rustici tessuti di cotone con i quali si confezionavano gli abiti delle classi medie, ma non era mai divenuta un importante centro di produzione di tappeti a differenza di città come Kashan, Kerman, Tabriz o Esfahan.
Nel XIX secolo vi venivano annodati quasi esclusivamente tappeti di piccola dimensione, da vendere ai pellegrini sciiti che si recavano in visita alla città per la preghiera, come offerta votiva (nazir) per i numerosi luoghi di pellegrinaggio o anche come significativo souvenir della città santa (Parvin MK. Qum. Tappeti unici da una città unica. In: Ghereh 2007, 41, pp. 25-36).

La produzione del Novecento

Dalla fine del XIX secolo, grazie al crescere della domanda occidentale, le esportazioni di tappeti persiani avevano avuto un boom, soppiantando i tappeti turchi, con numeri in costante crescita. Nell’export commerciale stavano prendendo sempre più il ruolo che era stato in precedenza delle sete e altri tessuti.
Lo sviluppo di una manifattura di tappeti a Qom fu fortemente voluto dallo Shah Reza Pahlavi, che visitò Qom nei primi anni del regno, come parte del più ampio progetto per l’incremento della produzione dei tappeti in Iran, come parte di una politica economica improntata alla modernizzazione e al nazionalismo.
Shah Reza favorì l’installazione di un gran numero di telai nel centro urbano e nel circondario, forse ad opera di mercanti di Kashan intorno al 1930, per realizzare atelier che lavorassero per l’esportazione.
Se consideriamo che nei dintorni della città si trovano giacimenti di petrolio e di gas naturale, e di conseguenza quella petrolifera è la più importante industria locale, devono essere maggiormente apprezzati gli sforzi di Shah Reza per avviare un’importante attività produttiva di tappeti a Qom.
Nel 1966 un terzo circa della popolazione della città di Qom lavorava nell’industria del tappeto e all’incirca la stessa percentuale nei villaggi del circondario. All’annodatura si dedicavano in prevalenza donne e ragazze.
I tappeti di Qom sono maggiormente realizzati in un formato medio, ma ne vengono prodotti anche nel piccolo formato proprio dei tappeti da preghiera, destinati ai pellegrini della moschea di Fatima; questi sono opera per lo più dei telai dei villaggi che circondano la città o delle popolazioni nomadi che vi si sono insediate in modo stabile.
Sebbene i tappeti locali non raggiungessero la finezza degli esemplari coevi di Kashan o Esfahan erano comunque tra i più raffinati del paese ed erano apprezzati dal mercato nazionale, attraverso i bazar di Teheran; molti trovavano la via del Medio Oriente e dell’Europa, mentre il mercato statunitense ha iniziato a richiederli solo di recente, anche a causa delle difficoltà legate all’embargo conseguente alle vicende politiche della fine degli anni ’70.

(Qom interamente in seta, recente manifattura. Da: executivetradewinds.com)

Conclusioni

Attualmente l’Iran è una teocrazia: mentre Teheran è la capitale politica del paese, Qom ne è la capitale religiosa, essendo da sempre uno dei centri più importanti per i musulmani sciiti. Proprio a Qom l'ayatollah Khomeini e molti altri eminenti capi religiosi hanno compiuto gli studi teologici e la città ha assunto un ruolo di particolare rilievo nell'ambito del movimento di opposizione all'ultimo shah e durante il periodo della rivoluzione.
La centralità di Qom nel culto sciita ha determinato le caratteristiche della produzione di tappeti, segnatamente quella di favorire l’assolvimento del precetto della preghiera dei pellegrini che venerano i luoghi santi della città.
Di questa produzione con una connotazione prettamente utilitaristica non rimane virtualmente traccia, né essa può avere influenzato le caratteristiche tecniche e iconografiche della manifattura del Novecento.
Possiamo però ipotizzare che la consapevolezza dell’importanza del ruolo della città di Qom nella spiritualità dell'Iran e dell’Islam sia anche al giorno d’oggi di stimolo al miglioramento della qualità dei tappeti prodotti dalle locali manifatture, portandoli a rivaleggiare con gli altri migliori tappeti persiani.

Nota

Non sono riuscito a reperire immagini di esemplari di Qom di antica manifattura. Sarò grato a chi volesse segnalarmene per corredare questo mio modesto contributo a TappetiMagazine.

opinion article - by Paolo


Ho ricevuto qualche giorno fa l’ultimo fascicolo di Hali. Attendo sempre con impazienza e piacere questo appuntamento.
Allegato alla rivista c’era un fascicoletto che illustrava l’attribuzione dei Carpet Design Awards 2009 al Domotex di Hannover. Nel corso della manifestazione vengono infatti premiate le produzioni maggiormente interessanti ed innovative. Anche la sola visione del fascicolo in questione ci mostra un variegato panorama di tappeti di recentissima manifattura dal design veramente accattivante.
Ce n’è per tutti i gusti!
Da tappeti realmente essenziali e minimalisti ad altri che richiamano l’opulenza delle manifatture safavidi; dagli esemplari quasi in momocromia a trionfi di colore; da quelli realizzati per nobilitare il pavimento di un soggiorno a re-interpretazioni di manufatti tribali come le coperte da sella.
Come appassionato di arte moderna e contemporanea non ho potuto non notare le ultimissime realizzazioni di Jürgen Dahlmanns, un’autentica e felice fusione tra un tessile annodato e l’energica gestualità pittorica di Jackson Pollock.
Tutto bene insomma.
Niente affatto!
Nel momento in cui realizzo che posso acquisire quel certo tappeto nella misura 9 ft x 12 ft, o 10 ft x 14 ft, o 3 ft x 12 ft, o... Ovvero: potrei entrare nell’appartamento del mio vicino e trovarmi a calpestare un tappeto esattamente identico al mio, o differente per il formato o per il colore di fondo.
A questo punto l’arte è andata a farsi benedire: sono di fronte ad un oggetto di raffinato artigianato prodotto in serie (serie limitata certo, ma sempre in serie) e all’ultima moda (il che significa che l’anno prossimo non sarà più di moda, ma superato da nuove produzioni).
Intanto la pubblicità magnifica la produzione robotizzata di tappeti taftati per i quali posso verificare on-line disegno, colore e formato (non solo nel senso della dimensione, ma anche rettangolare, rotondo o addirirttura sagomato) in modo da consentirne una perfetta ambientazione del manufatto nella mia realtà abitativa.
Esamino allora con attenzione i tappeti proposti alla ricerca di elementi di innovazione, ma... sorpresa! Il repertorio attinge a piene mani dal mondo dei manufatti tribali e nomadici, dal Fars all’Alto Atlante, passando attraverso l’Anatolia e Samarkanda, o da quello delle manifatture al servizio delle raffinate corti mamelucche e safavidi, tra XV e XVII secolo.
E dove l’ispirazione proviene dal mondo della pittura ritroviamo richiami a Mirò, a Rothko, alla Op Art, al graffitismo.
Insomma: niente di nuovo sotto il sole, se non il desiderio, peraltro lodevole, di riproporre in moderni esemplari destinati a “vestire” le nostre case quello che di più bello c’è nel repertorio delle arti visive.

Alberto D.


I significati "tradizionali", consci ed inconsci, affidati ai diversi soggetti artistici hanno, da sempre, costituito un limite alla realizzazione di una rigida distribuzione cronologica e geografica dei linguaggi iconici e decorativi utilizzati nei soggetti artistici. e' il caso del motivo perpetuo a "cane che corre" o "cane corrente" onnipresente in tutte le culture inodeuropee e non solo. Questo motivo a greca frequente nelle bordure dei tappeti turchi e caucasici, più raramente in quelli persiani è un motivo presente anche nell'architettura romano-ellenica, nella tradizione egiziano copta e nelle espressioni artistico-mitologico-religiose cinesi. Proprio dalla Cina si sostiene che esso derivi, più precisamente come trasformazione di un ulteriore simbolo fenomenico conosciuto come il "Collare di nubi".
Il "Collare di nubi" è una decorazione simbolica appunto cinese, costituita da un cerchio con quattro o più elementi a forma di freccia polilobata volto a rappresentare la porta del cielo, un punto di intermediazione tra il terreno e il divino, come lo sono appunto le nuvole attorno al sole.
Ma al di là di una generalistica interpretazione della trasmutazione del simbolo da collare di nubi a cane che corre, non esistono oggettivamente documentazioni realisticamente esaurienti a supportare questa teoria. E' convinzione dell'autore che l'origine di ambedue i simboli: collare di nubi e cane che corre, traggano invece origine non dalla cultura e dalla religione cinese (vedasi buddismo) ma bensì da una cultura e da una religione precedente ed universale, quella paleolitica e neolitica.

Il rapporto fra l'uomo e il tappeto comincia dal Neolitico (6.000-3000 a.C.). L'artigianato tessile ha avuto come primo scopo la creazione di opere utili, alle quali ben presto gli uomini aggiunsero dei significati simbolici o celebrativi. Gli uomini del Neolitico nella descrizione degli eventi non raffiguravano fedelmente le forme naturali, ma utilizzavano spesso l'astrazione e l'iconismo. I loro segni erano molto stilizzati e convenzionali, al punto che sono stati sempre considerati come dei semplici 'motivi geometrici' o decorazioni senza mai sospettare il vero rapporto intercorrente tra disegno e simbolo. Interconnessione che invece diventa lampante nella più tarda trasformazione dello stesso attraverso il geroglifico: sistema di scrittura utilizzato dagli antichi Egizi, che combina elementi ideografici, sillabici e alfabetici. Fu proprio con la crescita e lo sviluppo della civiltà egizia che il comune bagaglio culturale originario delle popolazioni neolitiche iniziò un percorso di diversificazione culturale, in alcuni casi: greci, egizi e romani, più o meno conosciuto in altri perso nei meandri del tempo. La dea Madre, divinità comune in tutte le civiltà paleolitiche presumibilmente sorta durante una fase matriarcale, assunse nella civiltà dell'antico Egitto la forma di ISIDE, mentre in quella ellenica e romana assunse personificazioni distinte con ruoli distinti: Afrodite e Venere dee dell'amore, Demetra, Cerere e Persefone dee dei campi e del raccolto, Artemide e Diana dee della caccia. Alla base di tutte le culture e delle religioni vi è dunque il sincretismo con questa religione ancestrale ed universale, originata in terre mesopotamiche e poi sviluppatasi e diffusasi in tutto il continente afro-ed euroasiatico.

La Dea Madre - rappresentata spesso nelle culture più antiche con sembianze di Dea Uccello - era nata grazie all'osservazione e alla venerazione delle leggi della natura; era la fonte e la dispensatrice dell'umidità che dà la vita e, come un uccello acquatico, essa congiungeva il cielo e la terra. Il motivo del cane che corre che viene altresì riconosciuto anche e proprio come un'onda o più semplicemente come un S susseguentesi, rafforza l'ipotesi di una derivazione simbolica riconducibile a questo antichissimo culto anzichè più semplicemente al collare di nubi. Chi studia e conosce il simbolismo archetipo ha ben presente che la S non solo nel bagaglio iconico armeno rappresenta Dio, ma rappresenta anche il drago come custode dell'acqua e simboleggia il bene e la saggezza. Sempre connesso all'acqua vi è il drago cinese, incarnazione del concetto di yang nonchè portatore di pioggia e acqua in generale che i cinesi pregavano nei momenti di siccità considerandolo il loro padre. Il drago è pertanto una simbologia antichissima che discende dalle mitologie mesopotamiche e caucasiche originato dal bagaglio culturale della dea Madre nella sua versione marina e che attraverso il mercato della metallurgia intrappreso dagli armeni in estremo oriente si è probabilmente diversificato nella versione dello Chevron cinese.
C'è poi il motivo comunemente chiamato a zig-zag, molto simile al simbolo del cane che corre -probabilmente una sua forma iconica precedente- e che è il più antico motivo simbolico documentato. anch'esso rappresenta l'acqua corrente o i campi irrigati. Nel VI millennio a.C. la M singola, doppia o tripla si trova frequentemente anche nella decorazione centrale dei vasi greci e pre-greci. Il significato acquatico del segno M sembra essere sopravvissuto nel geroglifico egiziano mu, che significa acqua, e nella lettera greca mi.
Anche il motivo a meandro continuo, presente nelle cornici dei tappeti cinesi è un simbolo dell'acqua. Esso lo si può trovare, associato ai segni a M, a V o a chevron su statuette ornitomorfe femminili e su statuette antropomorfe della Dea Uccello.

Dopo quanto si è detto, riesce difficile all'autore attribuire al motivo del cane che corre un'origine cinese dal collare di nubi. L'universalità di questo simbolo qui documentata e comprovabile su qualsiasi testo specialistico di arti iconiche, dimostra infatti l'insussistenza della tesi che attribuisce l'origine di esso (come per tanti altri segni) a un influenza buddista e cinese ipoteticamente giunta esclusivamente attraverso le invasioni mongole, prima fra tutte quella dei Selgiuchidi di origine Oghuz.

E' chiaro infatti che di fronte a queste informazioni il simbolo del cane che corre diviene un simbolo archetipo, primigenio, primordiale, legato originariamente al potere della dea Madre e successivamente al drago custode dell'acqua e simbolo di deità che poi a seconda della complessità delle civiltà ha preso vie diversificate per significato e forma.

Va ricordato inoltre che la civiltà ellenistica e quindi anche l'Anatolia erano già figlie della medesima religione primigenia della Dea Madre, (non a caso Anatolia significa “terra della madre”), cultura che già 1400 anni prima delle invasioni Selgiudichi, si era rinbagnata alla fonte grazie all'opera di Alessandro Magno, (quarto sec. a.C) quando con un'inarrestabile serie di conquiste materiali, aveva raggiunto le sponde dell'Indo. Lì l'incontro delle due culture, (quella greco-ellenistica e quella neonata buddista), diede origine a una sintesi artistico-religiosa destinata a diffondersi fino all'Estremo Oriente e in tutto l'Occidente che si riprodusse in una reinterpretazione di simboli stili e forme.




Freddy



Proseguendo nell’analisi dei tappeti caucasici in riferimento alla loro area di appartenenza o meglio al loro impianto iconografico, risaltano fra tutti i cosi detti TAPPETI A DRAGO
Questo genere di tappeti venne annodato fino al 19° secolo ed ormai risultano introvabili: sono parte di collezioni private od addirittura patrimonio di musei.



Il drago e’ un animale mitico creato dalla fantasia umana e fa parte di leggende che hanno segnato il cammino dell’uomo nei secoli:, ma non con lo stesso significato: infatti il simbolismo del drago e’ stato captato dalle varie religioni o culture con diversi significati religiosi o di superstizione. Chi e’ appassionato di icone russe sa che nella iconografia russo-bizantina molte raffigurazioni riguardano SAN GIORGIO nell’atto di trafiggere un drago che raffigura il Male ovvero Satana. Questa reminiscenza dell’APOCALISSE ha segnato il destino di questo animale mitico che per la Religione Cristiana e’ appunto l’incarnazione del Male. Nella tradizione orientale , per esempio in quella cinese, il simbolo e’ associato all’Imperatore e rappresenta l’Immortalita’: questa simbologia e’ adottata non solo sui tappeti, ma anche su altri manufatti come per esempio i vasi di varie dinastie; ne parlammo a suo tempo facendo un raffronto con l’Arte Cinese ed i suoi simboli: chi fosse interessato puo’ consultarlo su questo sito.

Probabilmente questa figura e’ stata introdotta nel Caucaso dalle invasioni mongole, ma non si puo’ escludere che fosse gia presente in quanto, secondo alcuni autori, gia con gli Armeni questo animale era considerato come elemento positivo , saggio e protettore dei corsi d’acqua. Ma qui sorge il mio primo dubbio: come mai gli Armeni che sono stati fra i primi cristiani , che hanno lasciato segni inequivocabili della loro religione sui tappeti, che sono stati perseguitati , ma soprattutto gli edificatori delle prime Chiese, avevano del drago una concezione opposta a quella della Religione Cristiana? Secondo il mio personalissimo punto di vista, ritengo che sia piu’ plausibile l’attribuzione ai Mongoli, ma come gia’ detto il Caucaso e’ una fucina di sorprese.

Quindi nei tappeti caucasici il simbolo del drago ha assunto un valore talismanico e con il passare del tempo la sua raffigurazione, una volta realistica, ha assunto un carattere molto stilizzato piu’ consono alle lavorazioni caucasiche, visto che il nomadismo ha trasformato completamente le caratteristiche originali dei primi tappeti.

Probabilmente i primi annodati li rintracciamo nella regione dell’Azerbaijan - Karabagh, dove nel 1600 il sultano Safavide SHAH ABBAS fondo’ una grande manifattura, ma molti esemplari antichi provengono dall’Armenia e dall’Area di Kuba.



I Tappeti a draghi possono essere di grandi dimensioni con decorazione fitta ove si riscontrano spesso anche altri animali leggendari con fenici e leoni ( ricordiamo sempre che il leone e’ il segno della regalita’ Persiana e quindi questa simbologia la si puo’ far risalire appunto alle manifatture Safavidi). Notiamo anche una grande quantita’ di raffigurazioni come palmette e fiori, a carattere geometrizzante.

Le bordure generalmente divise in 3 fasce, sono caratterizzate, spesso, dalla presenza di S coricate, simbologia tipica di buon augurio e di benessere tipica di molte manifatture orientali e quindi poi trapiantate su molti tappeti caucasici.

Anche se non sono tappeti nel senso stretto della manifattura, troviamo una lavorazione particolare SUMAKH , denominata SILEH il cui carattere peculiare e’ quella della rappresentazione del drago, o serpente, sotto forma di S: sono particolarissimi anche perche’ nell’interno delle S rintracciamo dei piccoli disegni rappresentanti uccelli che ,nell’immaginario di quei popoli, dovrebbero appunto rappresentare le scaglie della pelle del drago o serpente.


by administrator

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    Introduzione.

    In quasi tutti i libri, a proposito della storia del tappeto in Persia, si noterà che dallo splendore del periodo safavide si passa repentinamente alla seconda metà dell’Ottocento. Il periodo intermedio, più o meno dalla fine del Seicento agli inizi dell’Ottocento, viene solitamente liquidato come un periodo di turbolenza politica e sociale nel quale l’arte dell’annodatura subisce un declino.
    Persino John Eskenazi, che io annovero nella ristrettissima schiera degli autori “pensanti”, spende due sole righe sull’argomento: “(nell’Ottocento) i contatti con l’Occidente fecero aumentare gli scambi mercantili soprattutto con l’Europa, di conseguenza anche la produzione di tappeti, quasi inesistente nel XVIII secolo, ebbe un nuovo impulso.” (Il tappeto orientale. Allemandi, 1987).

    Questa scarsità di informazioni mi ha indotto, pur nella limitatezza delle fonti a mia disposizione, ad approfondire le notizie sulla produzione del Settecento. A tale scopo ho considerato in particolare le notizie di alcune città rappresentative: Kashan, Esfahan, Tabriz e Kerman.

    Inquadramento storico.

    Il contesto storico di riferimento è quello della decadenza safavide.
    La dinastia safavide era originaria dell’Azebaijan. Shah Ismail riuscì ad unificare un gran numero di emirati e khanati e fondò un nuovo impero persiano che includeva gli odierni Azerbaijan, Iran e Iraq, più gran parte dell'Afghanistan.
    Ma fu con Shah Abbas I, detto il Grande, che si ebbe il momento di massima espansione nel quale poté realizzarsi quel rinascimento politico e culturale per il quale la dinastia è ben nota. Shah Abbas sale al trono nel 1588 e trasferisce la capitale ad Esfahan; con la sua morte nel 1629 la dinastia inizia un lento, ma inesorabile declino.
    Nel 1722 la Persia subì la contemporanea invasione da parte di Pietro il Grande, zar dell'impero russo, da nordovest, mentre gli Ottomani assediavano Esfahan. Russi e Turchi furono respinti senza perdite territoriali, ma i Safavidi uscirono dalla guerra indeboliti e non riuscirono a far fronte alla sanguinosa rivolta degli Afghani che mise fine alla loro dinastia. Negli anni successivi la Persia fu teatro delle scorrerie di tribù guerriere che completarono la distruzione di quel che restava dell'organizzazione statale safavide.
    L'impero persiano visse un'altra breve stagione sotto Nadir Shah, salito al trono nel 1736, che respinse sottomise gli i Russi, Afghani e molte delle tribù nomadi dell'Asia centrale. Si lanciò quindi in una grande campagna di conquista giungendo sino a Delhi e riportandone come trofeo il celebre "trono del pavone". Assassinato nel 1747, il suo impero non gli sopravvisse e la Persia si divise tra varie dinastie locali
    Solamente alla fine del secolo la Persia ritroverà una relativa stabilità sotto la dinastia Qajar (1795-1925), che spostò la capitale a Teheran,

    I dati della letteratura.

    Kashan. Famosa durante l’epoca safavide per i suoi pregiati tessuti e tappeti in seta, conobbe un lungo periodo di decadenza dovuto alle invasioni afghane, che portarono tra l’altro grossi danni al delicato sistema di irrigazione che convogliava le acque delle vicine montagne del Khu-i-Sefid verso le piantagioni di gelsi. Il conseguente calo della produzione della seta e l’importazione di tessuti dall’Europa finirono con il distruggere la produzione locale sulla quale si reggeva l‘economia della città.
    La tradizione dell’annodatura conobbe una brusca interruzione che perdurò per circa due secoli, mentre continuò la locale realizzazione di raffinati prodotti d’artigianato quali eleganti ceramiche, splendidi scialli in seta, preziosi tessuti e di metalli lavorati.
    Non si conoscono esemplari di Kashan databili al Settecento o ai primi decenni dell’Ottocento, ma si può ragionevolmente supporre che la produzione sia proseguita almeno a livello domestico. Nella seconda metà dell’Ottocento si assiste alla veloce ripresa dei laboratori locali ad opera di alcuni mercanti e proprietari di manifatture tessili che decisero di tornare alla lavorazione del tappeto impiegando anche la lana merino da loro acquistata.

    Esfahan. Con la morte di Shah Abbas, che vi fissò la propria capitale nel 1598, venne a mancare l’appoggio della corte all’arte dell’annodatura e la produzione proseguì su scala ridotta fino all’invasione della città da parte degli Afghani nel 1722. Con il trasferimento del trono a Mashad i tessitori di Esfahan persero definitivamente la protezione e la committenza della corte; gli artigiani della città passarono ad attività più redditizie come la miniatura, l’incisione del rame e dell’argento, la tessitura di stoffe pregiate.
    E’ probabile che la produzione di tappeti sia continuata per il solo uso personale. Ancora all’inizio del Novecento il Mumford testimonia che all’epoca solo rari tappeti venivano annodati ad Esfahan (Mumford J. Oriental rugs. Londra, 1902), mentre la produzione su larga scala nei laboratori locali riprese soltanto intorno al 1920, per iniziativa dei commercianti di Kashan e Tabriz.

    Tabriz. All’inizio del XVI secolo fu la prima capitale della dinastia safavide. A lungo contesa dagli Ottomani, fu teatro di assedi e battaglie e, tra la fine del XVIII secolo e il primo XX secolo, fu coinvolta nei tentativi di annessione delle province persiane settentrionali da parte della Russia. Le vicissitudini belliche non le impedirono di divenire un centro di mercato di primaria importanza: per la sua vicinanza ai porti turchi, in particolare a quello di Trebisonda, fu tra le città persiane di maggior richiamo per i commercianti europei, che ne fecero un importante centro di produzione e di raccolta dei tappeti.
    Come accadde nelle altre importanti città della Persia, la fine del regno dei Safavidi determinò una grave crisi; decadde l’artigianato artistico e delle centinaia di prestigiose manifatture rimasero solo residui insignificanti.
    La città si riprese soltanto nella seconda metà dell’Ottocento. Nel secolo e mezzo precedente è verosimile una produzione per uso locale dovuta all’iniziativa di singoli tessitori di villaggio o di città.

    Kerman. Sempre le solite fonti affermano che dopo l’invasione afghana l’arte dei tappeti subisce un deciso declino. Nel 1794 Kerman fu il centro della lotta di potere tra Alì Khan e Mohammad Khan in seguito alla quale venne quasi distrutta e molti maestri trovarono rifugio a Ravar.
    La ripresa si ebbe nel corso dell’Ottocento; già nel 1825 abbiamo notizie di una rinnovata attività testimoniata dal viaggiatore inglese J.B. Fraser (da Edwards AC. The persian carpet. Londra, 1975). Si presume comunque che a quell’epoca i tappeti venissero annodati unicamente per uso locale, al contrario dei famosissimi scialli esportati con enorme successo in Occidente. E proprio il declino delle famose manifatture di scialli verso la metà del secolo avrebbe promosso un ritorno della manifattura di tappeti.

    Alcune considerazioni.

    Prima di proseguire, vi dirò che dalla lettura delle fonti credo di ravvisare subito qualche contraddizione.
    A Kashan e Esfahan l’arte del tappeto subisce un declino che la porta letteralmente a non averne più notizia; ma la contempo si testimonia che perdurano, o si incrementano, altre forme di artigianato artistico quali la ceramica, la lavorazione del metallo, la miniatura, la tessitura di stoffe pregiate.
    A mio avviso, non è comprensibile perchè debba persistere un attivo mercato per ceramiche, miniature e metallo lavorato mentre scompare quello di un prodotto genuinamente locale come il tappeto annodato.
    Inoltre, almeno a Kashan e Tabriz la produzione riprende nella seconda metà dell’Ottocento con esemplari di indubbio pregio e raffinatezza, fatto incompatibile con la virtuale scomparsa dell’arte del tappeto nei circa centocinquanta anni precedenti. Considero l’affermazione: “la produzione è continuata a livello locale per il solo uso personale” assolutamente non soddisfacente per spiegare una ripresa manifatturiera ad alto livello dopo la metà del XIX secolo.

    Indizi da Kerman.

    Forse qualche luce per poter meglio comprendere la situazione del tappeto in Persia in questo periodo oscuro viene dalla disamina della produzione di Kerman fatta da T. Sabahi (L’arte del tappeto d’oriente. Electa, 2007 e Cinque secoli di tappeti a Kerman. Edizioni del Capricorno, 2005).

    In età safavide Kerman era famosa per la produzione di tessuti in seta con ornamenti figurali, ma anche per la realizzazione di tappeti di eccezionale bellezza che erano acquistati anche dai mercanti europei.
    La presenza di numerosi esemplari firmati e datati al XVIII secolo, distinti da un notevole pregio artistico e da una perfetta esecuzione, custoditi in molte collezioni, male si accorda con l’ipotesi di una cessazione nel corso del Settecento della produzione delle locali manifatture.
    Nonostante i ripetuti assedi e distruzioni successivi alla caduta dell’ultimo Shah safavide, l’attività degli ustad di Kerman sarebbe sopravvissuta alla rovina della città, proseguendo fino alla rinascita nel XIX secolo.
    Certamente la produzione di tappeti subì una contrazione, imputabile anche alla sensibile diminuzione della domanda europea, il cui gusto aristocratico e borghese si volgeva con sempre maggiore decisione verso i tappeti prodotti nel vecchio continente, in Francia, in Inghilterra e nei Paesi Bassi, favorita in questo anche dalle politiche protezionistiche che miravano a frenare l’esodo di valuta per l’acquisto di generi di lusso fuori dai confini nazionali. A tal fine, oltre a tassare le importazioni, si promuoveva una locale produzione tessile improntata a una grande raffinatezza, studiata per sposarsi perfettamente con gli arredi dell’epoca, tale da poter competere con le sete e i tappeti orientali (e con gli arazzi delle Fiandre).
    Così i grandi Kerman a vaso furono sostituiti da Savonnerie ed Aubusson in Francia, e da Axminster ed Exeter in Gran Bretagna.
    Venute meno le consistenti esportazioni dei secoli precedenti, la produzione di Kerman diviene invisibile in Occidente, tanto da far pensare che si fosse di fatto interrotta. Ma a Kerman non si smise mai di annodare tappeti, come dimostrato dai molti esemplari conservati datati al Settecento.

    Conclusioni.

    La Persia del XVIII secolo vive un periodo di turbolenza politica e sociale che non favorisce sicuramente lo sviluppo delle arti e dell’artigianato.
    L’analisi della maggioranza delle fonti favorisce la sensazione della scomparsa dell’arte dell’annodatura, soppiantata da un mero artigianato locale ad indirizzo utilitaristico e domestico.
    Abbiamo visto però che uno studio approfondito e documentato della produzione di Kerman mostra una realtà alquanto differente.
    La diminuzione delle esportazioni verso l’Occidente, e la probabile concomitanza con la riduzione o l’assenza della documentazione e delle fonti favorità dall’instabilità socio-culturale, favoriscono la creazione di una fittizia cortina che nasconde la realtà produttiva di Kerman.
    E se nella città di Kerman continua una produzione di tappeti ad alto livello, pur sperimentando una realtà di invasioni e massacri della popolazione, non si vede perchè nelle altre grandi città persiane debbano essere attive e apprezzate produzioni di sete, gioielli e miniature mentre è contemporaneamente assente la manifattura di tappeti.

    In conclusione: il Settecento coincide con un periodo di grande instabilità politica e sociale in tutta la Persia e segna un momento di crisi delle manifatture del tappeto, accentuata dalla minore richiesta da parte dell’Europa e dall’assenza di una committenza di corte. Questo momento di difficoltà è testimoniato dal minor numero di esemplari coevi conservati.
    Nonostante ciò la produzione continua all’interno di un mercato dimensionalmente più limitato, mantenendo gli elevati standard qualitativi che l’hanno contraddistinta in epoca safavide, fino alla “rinascita” nella seconda metà del XIX secolo.

    E' stata concordata (con largo entusiasmo di ambedue le comunità) una collaborazione sperimentale tra i due format Infotappeti e Tappetimagazine. Si tratterà di un partenariato, tra i due format, che a questo punto saranno l'uno di aiuto all'altro. Il primo fornirà ulteriori risorse intellettuali al secondo, mentre il secondo offrirà le proprie colonne e la propria indicizzazione al primo non solo per eventuali articoli, ma anche per i comunicati stampa della comunity. Già da tempo Infotappeti necessitava di trovare nuovo spazio per aprirsi al pubblico, attraverso una board decisamente più consona ed istituzionale di una sezione interna al forum, ora Tappetimagazine -pur proseguendo nel mantenimento della sua identità- offre le sue colonne a questo forum.
    Grazie.


    caucaso

    Non so quanti autorevoli esperti ed estimatori di tappeti caucasici abbiano tentato di catalogarli secondo i canoni classici, ma e’ stata un’impresa certamente ardua in quanto la tipologia dei tappeti di queste regioni sfugge ad ogni analisi oggettiva ed ecco che disegni ed impianti tipici di una localita’ ricompaiono in villaggi posti a centinaia di chilometri.

    Questo e’ dovuto principalmente al fenomeno del nomadismo , tipico di quelle popolazioni : studiosi come LATIF KERIMOV e ULRICH SCHURMANN hanno tentato di mettere un po’ d’ordine , ma anche se i loro testi sono curati con una ricca nomenclatura, purtroppo alcune lacune o diversita’ di opinioni si riscontrano.

    Tenuto conto di queste considerazioni , forse l’analisi piu’ corretta e’ quella espressa
    da Barry o’ Connel quando ritiene che il nome della tribu’ o l’idioma parlato, siano gli elementi essenziali per l’attribuzione dei tappeti ( su questo argomentazione abbiamo gia’ trattato in diversi post).

    Comunque per semplificare la questione, possiamo tentare una suddivisione in aree geografiche, sempre tenendo conto delle considerazioni fatte.

    Iniziamo a trattare il CAUCASO OCCIDENTALE ed e’ in questa area consideriamo principalmente il TAPPETO DI KAZAK.

    A questa tipologia si attribuiscono tappeti annodati principalmente nel 19° secolo fino ai primi decenni del 1900 ( possiamo considerare il periodo fino agli anni 20/30 in quanto, anche se i puristi ritengono che il periodo termini al periodo della RIVOLUZIONE RUSSA , e’ mia opinione che anche negli anni immediatamente successivi la produzione non sia mutata in maniera decisa e definitiva), ma inizialmente non vennero apprezzati in quanto contrariamente ad alcune lavorazioni caucasiche fini ( vedi i KARABAGH) i Kazak evidenziavano un’annodatura piu’ grossolana con rasatura alta.

    karabagh

    Si e’ parlato molto della derivazione del nome KAZAK , ma di questo abbiamo gia menzionato in altro post: adesso riscontriamo principalmente che vennero ( parliamo sempre di produzioni relative all’epoca citata) annodati in un’area compresa tra i villaggi di AKHALTSYKH, TBILISI, ed EVIRAN e furono manufatti da popolazioni ARMENE - GEORGIANE - TURKMENE ed AZERE.

    Rappresentano tipologie differenti nei disegni che non hanno avuto grosse evoluzioni stilistiche caratterizzate sempre da grande vivacita’ nei colori e nell’utilizzo di lane di grande qualita’ particolarmente adatte all’assorbimento di quei colori vivaci ed intensi.

    Il principale colore di fondo e’ il rosso vivo estratto dalle radici di robbia , anche se rintracciamo l’utilizzo del blu scuro e del bianco avorio.

    Gli schemi riportano disegni geometrici stilizzati e spesso si risente dell’influenza dell’estetica Selgiuchide e Anatolica: dobbiamo pensare che molti inseriscono la provincia di KARS ( ANATOLIA ORIENTALE) come area di produzione dei Kazak.

    Le dimensioni degli annodati non sono notevoli( parliamo sempre di tappeti d’epoca) con concentrazione di circa 1000 nodi per decimetro quadrato ( spesso quelli fini georgiani li superano).

    Le tipologie dei disegni sono varie ma, sia nell’impianto centrale che nelle bordure, sono sempre geometriche e stilizzate : la gamma dei colori utilizzati e’ notevole andando dal blu , al verde, giallo, nero, beige e , generalmente tutti di origine naturale.

    Sono interamente in lana e fra le tipologie piu’ importanti annoveriamo i KAZAK KARACHOP, LORI-PAMBACK, SEVAN,SHULAVER ecc. la cui tipologia specifica e’ d evidenziare con singoli articoli che esulano da questa trattazione di carattere generale.

    KAZAK BORDJALU


    I Kazak degli anni 40/50 , di buona qualita’ ed impianti, sono da considerare intermedi fra quelli con caratteristiche di ANTICO ( fino agli anni 20/30) e quelli moderni che, utilizzano anche il cotone e rayon , e sinceramente non posso sapere se ancora vengono annodati in quei luoghi, viste le grandi imitazioni indiane ecc.

    Un articolo sul collegato INFOTAPPETI informa che attualmente nell’Azerbaijan Caucasico si sta riscoprendo la tradizione antica dei tappeti della zona utilizzando tecniche, impianti e, soprattutto, colori naturali tipici di epoche passate. Speriamo che anche nel Caucaso Occidentale, superato il problema Georgia, si possa iniziare una operazione similare che, anche se ai tempi d’oggi, potrebbe far rinascer il vero fascino dei Kazak di altri tempi. La speranza non muore mai…..



    KAZAK KARACHOP

    Pubblicato su Tappetimagazine il 20/4/2009
    foto da Spongobongo

    Mentre un amico e co-autore di questo multiblog mi segnalava la necessità di inserire nuove energie all'interno di questo progetto che altrimenti rischia di morire di inedia..
    alcuni amici di Infotappeti mi hanno parallelamente manifestato la necessità di voler scrivere proprio guardacaso come autori in Tappetimagazine, ma alla condizione che questi facesse parte del progetto Infotappeti. Effettivamente i due progetti potrebbero sembrare in competizione o addirittura dispersivi di forze e di energie. L'idea quindi potrebbe essere quella di guidare un processo di trasformazione di Tappetimagazine da socialblog indipendente a organo collaborante o facente parte della grande famiglia di Infotappeti. La sinergia delle forze potrebbe creare una nuova spinta propulsiva alle idee e agli entusiasmi che forse in ambedue i format si sono un po affievolite. Quale strada dunque per Tappetimagazine ? Lascio ai miei collaboratori e coautori lo spazio per dibattere di quest'idea.

    Un saluto.